“Un viaggio più sorprendente del mio”: Carnaval di Sciarrino

di Antonella Varvara

Sarà stato perché in prima integrale assoluta, o perché segno di un cambiamento importante nella programmazione musicale dell’estate senese, ma alla recita del Carnaval di Salvatore Sciarrino, ieri sera al teatro dei Rozzi, si respirava davvero aria di novità.

Se considerato in relazione al resto della produzione di Sciarrino quest’opera, in realtà, non si avvale di molti elementi inediti: ognuno dei dodici frammenti che la compongono si riallaccia, infatti, ad una ricerca già sperimentata dal musicista in lavori precedenti.

È l’idea che lega le sue diverse sezioni la parte più curiosa di Carnaval. Sciarrino afferma, infatti, di aver voluto creare «un libro di musica», un contenitore in cui racchiudere una piccola antologia di momenti musicali eterogenei.

Considera questa composizione un’opera letteraria perché pensata per durare nel tempo, proprio come i testi inseriti al suo interno. Sebbene scritti da mani diverse in luoghi e circostanze differenti, essi condividono, infatti, la loro ragion d’essere e il loro scopo, ovvero tramandare conoscenza, finalità che, di rimando, diventa propria anche dell’opera di Sciarrino.

Il legame col tempo e con la memoria è fondamentale per il compositore: «There’s no new without old and no old without new» sottolinea in un’intervista d’oltreoceano, un concetto espresso anche da Nicola Sani durante la chiacchierata pre-concerto del Chigiana Lounge.

La cultura è legame, è connessione sia col passato ma anche col presente, con quella memoria collettiva senza cui non potremmo apprezzare il nuovo.

Il rapporto tra la musica del passato e quella di Sciarrino è complesso. Nel caso di Carnaval credo sia facile fraintendere e semplificare questa relazione sia per via del suo titolo, un tributo all’omonimo brano di Schumann, sia per la definizione di “madrigali concertati” attribuita dall’autore ai numeri vocali della composizione.

Sani nota bene come nell’utilizzare quest’ultima etichetta si debba andare al di là delle analogie timbriche e sonore con i brani cinquecenteschi; il rimando serve a «riscoprire la radice poetica dell’opera» e ad evocare il peculiare rapporto che essa intrattiene con il silenzi

DSC_2222 copiaNelle parole di Sciarrino troviamo la conferma di questo legame tutto da interpretarsi: sembra un po’ un ossimoro ma i suoi madrigali a cinque voci non sono polifonici, ognuno di essi mira a creare una monodia, un canto unico a cui prendono parte più interpreti.

È sul discorso generale, portato avanti dal testo poetico, che si concentra l’attenzione; le voci, impiegate alla stregua di strumenti musicali, costruiscono insieme questo significato unitario preoccupandosi di rendere le parole del testo perfettamente intellegibili.

Sicuramente non manca, nella scrittura musicale, un certo “descrittivismo”, in questo caso mutuato davvero dal madrigale: la musica, infatti, aiuta a disegnare alcune immagini del testo come, ad esempio, quella dell’acqua che zampilla dalla roccia, effetto reso grazie all’uso delle dinamiche.

Anche la parte “concertante” dei primi nove numeri di Carnaval sembra far parte di quest’unico canto, con gli strumenti che ribadiscono a turno quanto appena esposto dalle voci mentre i violoncelli costruiscono un sottile tappeto sonoro.

L’ascolto di Carnaval comunica l’intenzione compositiva del suo autore e non è difficile rintracciare in questa esperienza il percorso che lo ha portato alla sua produzione. Sciarrino afferma, infatti, di essere partito da un’idea generale di quello che sarebbe stato il suono complessivo del brano, per poi arrivare ad evidenziare su carta i diversi elementi che lo avrebbero costituito.

È proprio questa idea di suono complessivo che arriva al nostro orecchio: ci si cala in un paesaggio di rumori inconsueti, un silenzio in cui eventi sonori accadono, si materializzano senza denunciare la loro sorgente e scompaiono prima ancora di averti raggiunto. I sensi si risvegliano perché intenti ad identificare ciò che percepiscono; l’orecchio resta in attesa di maggiori informazioni da elaborare finendo, però, immancabilmente per essere nuovamente sorpreso.

DSC_2239 copiaLa ricerca di Sciarrino sulla fisicità del suono amplia la tavolozza delle possibilità espressive dei vari strumenti al punto che del loro suono “classico”, quello a noi più familiare, non resta quasi nulla. Questo crea un effetto di smarrimento che giunge al suo culmine nel brano strumentale, il penultimo, in cui il suono limpido del pianoforte solo risalta nel dialogo col resto dell’ensemble.

È questo il momento più patetico della composizione, in cui gli strumenti si contrappongono tra loro in un certamen che solo in ultima istanza diventa finalmente concerto. L’ultimo brano, quasi telegrafico in rapporto alla variopinta sezione precedente, torna a coinvolgere le voci per raccontare la storia di Tao Yamming che «non sapeva la musica ma teneva presso di sé un liuto senza corde» da toccare nei momenti «di pienezza», un finale che ci lascia riflettere sull’esigenza umana di creare e comunicare.

Con Carnaval Sciarrino ci invita ad intraprendere un viaggio che, se non rifiutato a priori, può essere «più sorprendente del mio». È una musica democratica che ci invita a partecipare alla costruzione del suo significato e che, sempre citando l’autore, «deve “puzzare” di ognuno di noi».

L’ascoltatore è il centro della musica, non la partitura;

l’interpretazione è, dunque, personale ed emotiva. Non importa se il viaggio vi porterà in fondo al mare o a sentir cantar le stelle; l’importante è lasciarsi andare.

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