Storia di un viaggiatore che diventa straniero: la “Winterreise”

di Francesco Milella

Story of a traveler who becomes stranger: the “Winterreise”

This is the story of a traveler who becomes a stranger; of an abandoned lover who takes a journey without a destination, in a cold and unknown land.


Questa è la storia di un viaggiatore che diventa straniero, di un amante abbandonato che intraprende un viaggio senza meta in una terra fredda e sconosciuta.

Ma è anche la storia di un giovane compositore, quasi trentenne, sifilitico, con la morte sempre più vicina, che, in un frenetico e quasi disumano impeto creativo, in soli otto mesi scrive alcune delle più profonde opere della musica occidentale.

Questa è la storia della Winterreise di Franz Schubert una delle più nobili testimonianze di quanto il giovane musicista viennese sia stato in grado di realizzare con il Lied, tracciando così un percorso che avrebbe portato a Schumann, Wagner, Richard Strauss e Hugo Wolff.

Lied è una parola tedesca tanto semplice quanto multiforme.  Il suo primo significato, si sa, è quello di “canzone” o “romanza”. Ma basta andare indietro nel passato e frugare, anche superficialmente, nella sua immensa storia per scoprire un’affascinante complessità.

Fin dall’epoca carolingia infatti si diffusero in tutta la zona dell’attuale Germania delle canzoni monofoniche, di forte impronta gregoriana, con melodie semplici e lineari alle quali vennero, nei secoli successivi, accostati alcuni strumenti.

Dopo gli strumenti, tra 1400 e 1500 venne la polifonia che con le sue melodie più popolari cantate da tre o più voci diede un grande impulso a questa forma musicale. Ma “ahimè”, dopo la polifonia, venne l’opera: gli innumerevoli castrati, che dall’Italia avevano inondato corti tedesche e austriache con le loro arie virtuosistiche, ricche di gorgheggi e trilli, lasciarono il lied in una dimensione secondaria che visse in ambienti popolari e raccolti, dunque lontano dalla tradizione colta. Non bastarono neanche i geni del primo classicismo viennese a risollevarlo da questa malaugurata sorte.

Fortunatamente, sei anni dopo la prematura morte di Mozart, nacque a Vienna Franz Schubert, un giovane che in soli trent’anni di vita, di cui poco meno di venti dedicati alla musica, riuscì a raccogliere l’immensa eredità storica del Lied, ripulirlo delle incrostazioni accumulate negli ultimi secoli per porlo in una dimensione di altissimo prestigio.

Dopo aver messo definitivamente da parte l’opera che si era dimostrata, per ben diciassette volte, poco adatta a dare forma alle sue esigenze espressive (in una Vienna oltretutto dominata da Rossini e Barbaja), Schubert si concede totalmente al Lied, una forma più intima, più raccolta e lontana dalle luci e dai vestiti sontuosi dell’opera lirica e dunque più vicina alla sensibilità comunicativa del musicista.

Come tutti i capolavori, anche questa raccolta di Lieder nacque quando, nel 1823, il giovane Schubert lesse in una rivista una serie di brevi poesie di Wilhelm Müller, il poeta a cui il giovane compositore viennese aveva fatto ricorso per il suo primo ciclo lideristico Die Schöne Müllerin. Affascinato dalla semplicità e allo stesso tempo della profondità di quelle parole, Schubert non ci pensò due volte a metterlo in musica.

Nel 1827, anno della morte del suo venerato Beethoven, Schubert portò a compimento questo ciclo di Lieder. Il risultato, com’è noto, è di mirabile fattura: Winterreise è un viaggio invernale di un amante abbandonato. Deluso dalla vita e dal suo cuore, questo anonimo viaggiatore inizia un viaggio metaforico lontano dalla città, lontano dal mondo.

Non più tra i fiori primaverili della bella mugnaia. Ora il viaggiatore diventato straniero cammina al freddo, tra la neve, alla ricerca di una strada impossibile da trovare senza la luce del sole.

Si tratta di un’avventura intima e spirituale in un mondo gelido, quasi onirico, dove rare, rarissime sono le figure vive: una cornacchia, il suonatore d’organetto e un vecchietto in secondo piano che nessuno sembra o vuole osservare. Si tratta di piccoli e fragili testimoni di un universo solitario. E non basta neppure la sporadica, seppur delicata, presenza di un elegante tiglio, a dare luce e calore a questa mesta avventura la cui meta desiderata non è altro che la morte.

La musica si inserisce in questo viaggio come co-protagonista, come fedele compagna dell’amante abbandonato. Lo sostiene, lo aiuta, quasi offrendogli uno strumento di espressione, un mezzo con cui cantare la propria solitudine e la propria sofferenza.

Schubert, ponendo sullo stesso piano musicale pianoforte e voce, trasforma il testo di Müller amplificando i suoi spazi, rimarcando i suoi colori freddi e caldi con delicati contrasti melodici e ritmici.

In questo modo la musica di Schubert accentua le tensioni, le paure, addolcendo allo stesso tempo le vane speranze che compaiono sulla via dello straniero. Il tutto con un canto quasi sillabico, chiaro, piano ma tremendamente drammatico e teatrale.

Seguendo il sentierio già solcato dagli inaspettati dialoghi culturali e soprattutto temporali tra Vivaldi e Max Richter, tra Robert Schumann e Armand Godoy, la Winterreise che questa sera #ilclassicoinatteso offrirà al suo pubblico in prima esecuzione italiana prosegue questo percorso di interazione e confronto fra la musica e le altre arti.

Dopo la poesia e la danza, tocca oggi alle immagini. Sarà infatti l’artista William Kentridge che, con le sue creazioni visive proporrà una Winterreise inaspettata.

Una Winterreise in trio dove il pianista Markus Hinteräuser e il baritono Matthias Goerne saranno accompagnati dalle immagini dell’artista sudafricano per dare vita un dialogo tra musica, poesia e immagini.

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