A scuola di autocoscienza

di Antonella Varvara

Questa sera #ilclassicoinatteso vi propone, cari senesi, il brano di un compositore a voi molto vicino. Non mi riferisco ad una vicinanza ideologica o affettiva, la intendo proprio in senso fisico: potrebbe, infatti, capitarvi di incrociare Salvatore Sciarrino mentre passeggiate per le vie della città antica o di incontrarlo per caso al bar, mentre prende il suo caffè ristretto.

A lui, compositore tra i più conosciuti, apprezzati ed eseguiti a livello internazionale, è stata affidata quest’estate la cattedra di composizione della Chigiana.  È già la quarta volta che il Maestro partecipa ai corsi dell’Accademia e la sua presenza, come sempre, ha richiamato molti giovani musicisti in città, tutti curiosi di imparare qualcosa da un compositore che è anche uomo di grande e raffinata cultura. Con entusiasmo e interesse gli studenti della sua classe seguono in questi giorni le prove di Carnaval, un’opera che, guarda caso, parla proprio di didattica.

A proposito dei due protagonisti della narrazione il suo testo poetico fornisce pochi ma fondamentali dettagli: essi sono un maestro e il suo allievo, entrambi alla ricerca della “chiave” della creatività, un percorso impegnativo che si avvale tuttavia di strumenti più che consoni alla natura umana.

Con un gioco di metafore, tutto parte da una riflessione: mentre si specchiano nell’acqua sorgiva i due “creatori d’immagini” del testo del poeta Towitara si trovano faccia a faccia con sé stessi, si riscoprono (o si scoprono) per poter cominciare ad inventare; il passo successivo è la condivisione di questa nuova dote con i propri amici, un atto naturale per l’uomo in quanto essere sociale.

Nell’intervista che mi ha concesso ieri mattina, il maestro Sciarrino mi ha raccontato di come abbia conosciuto il testo di Towitara. I versi, esposti al museo Pigorini di Roma su un foglio dattiloscritto, erano presentati in una traduzione poco soddisfacente per il maestro perché troppo letterale; come la musica, infatti, anche la poesia necessita di interpretazione, già al momento della sua traduzione, e per questo Sciarrino ha dovuto rielaborare il testo italiano cercando di far riaffiorare un significato più profondo.

Il poema papuano si trasforma, così, in una specie di manifesto della didattica del maestro siciliano. La corrispondenza tra il contenuto della poesia e le considerazioni del compositore sull’insegnamento a me è apparsa evidente. Niente paura, non sto per riportarvi l’ennesima opinione sul tema della “buona scuola”, oggi tanto dibattuto; il discorso di Sciarrino verte più che altro sul buon senso.

La prova più difficile che uno studente, non solo di musica ma di qualsiasi disciplina, deve affrontare è lo sviluppo della propria autocoscienza; conoscere innanzitutto sé stessi, quindi, per inventare la propria personalità.

«Il mio discorso non è piacevole» afferma Sciarrino, «perché chiedo di affrontare i propri problemi». Il compositore denuncia la mancanza di responsabilità nel lavoro dei giovani, dovuta non a loro personali mancanze ma ad una scuola e una società sempre più inclini ad esaltare facili successi.

Nulla si raggiunge senza fatica, ci vogliono anni di lavorio per creare; non bastano le buone intenzioni. Non si compone per il pubblico ma bisogna cercare un linguaggio individuale e ciò richiede grande autodisciplina ed educazione.

La fatica di cui parla Sciarrino è, però, anche piacere: lo studio è piacere della scoperta e in esso, così come nello scrivere e nel creare, deve esserci necessariamente una forte componente affettiva.

Per esprimersi nell’arte è indispensabile fare appello alla parte irrazionale del proprio pensiero ed è qui che il rapporto con l’altro, con l’amico diventa essenziale. In Carnaval, ad esempio, è stata l’amicizia con il pianista Maurizio Pollini il motore che ha dato il via a tutta la composizione.

Carnaval offre una ricetta utile all’educazione non solo degli artisti ma anche degli ascoltatori. «Mentre con l’orecchio sprofondiamo nel non udibile, la coscienza comincia a risuonare» scrive il compositore nelle note di sala del concerto. Nel silenzio, che esalta il suono, ci viene dunque offerta un’occasione per riflettere e scoprire qualcosa di nuovo sul mondo e su noi stessi. Anche in questo caso il percorso non è facile.

Molti di noi a sentir parlare di un certo genere di musica contemporanea hanno l’idea di un’esperienza d’ascolto, per così dire, “soporifera”. Eppure, nelle intenzioni del vero artista, l’effetto desiderato è opposto. Afferma Sciarrino:

L’idea di musica per riempire gli stadi è una bugia politica, serve solo ad assopire la coscienza.

Questa sera, dunque, vi invitiamo a prendere parte a questa “scuola di autocoscienza” e ad apprendere, da un vero Maestro, una lezione che certamente non si finisce mai di imparare.

Appuntamento alle 21.15 al Teatro dei Rozzi di Siena con i Neue Vocalsolisten Stuttgart, i Klangforum Wien, Daniele Pollini e Tito Ceccherini direttore.