Armonie di contrasti: il concerto di Antonio Meneses e Pietro De Maria

di Lucia Strazzeri

Last night, 17th july on the stage two big musicians, the cellist Antonio Meneses and the pianist Pietro De Maria played togheter, in one of the greatest #Chigiana fest events linked to the festival’s theme “In nomine lucis”.


Una serata in linea con il nuovo corso dell’Accademia Chigiana quella del 17 luglio, che ha visto sul palco l’incontro fra un grande maestro chigiano, il violoncellista brasiliano Antonio Meneses, e il noto pianista italiano Pietro De Maria. Questo straordinario duo, formato da affermati solisti, manifesta la volontà e il progetto di creare durante l’estate chigiana una serie di occasioni uniche per ascoltare grandi musicisti che si ritrovano eccezionalmente insieme per affrontare un repertorio nato dal loro incontro e legato al tema del festival, “in nome della luce”.

Senza mai tradire le aspettative del pubblico, Meneses e De Maria hanno saputo valorizzare le potenzialità timbriche ed espressive dei loro strumenti. Quattro le composizioni eseguite che hanno coinvolto l’uditorio tanto da costringere i due musicisti a ben due bis: prima il breve Nicht zu rasch tratto dai Fünf Stücke im Volkston, Cinque pezzi per violoncello (o violino) e pianoforte di Robert Schumann, e a seguire il Prologue dalla sonata per violoncello e pianoforte di Claude Debussy, dando ulteriore dimostrazione di saper spaziare tra stili e repertori differenti con una naturalezza e immediatezza sorprendenti.

Già dalla prima composizione, la Sonata in fa maggiore op.5 n.1 di Ludwig van Beethoven, Meneses dà grande prova di agilità tecnica e perfetta pulizia di suono riuscendo contemporaneamente a far emergere delle interessantissime idee espressive attraverso l’interpretazione della tecnica violoncellistica indagata dal compositore tedesco, in un’epoca in cui la letteratura per questo strumento cominciava a diffondersi in modo rilevante. Con il suo impeccabile controllo del suono e delle articolazioni, De Maria è abile nel permettere alla voce del violoncello di espandersi in tutta la ricchezza delle sue possibilità timbriche in un’opera che, se da un lato è considerata d’avanguardia proprio grazie alla presenza di un equilibrio strumentale – fino a quel momento estraneo nelle sonate – dall’altro continua a dare maggiore peso al pianoforte.

Ai due protagonisti della serata va riconosciuta anche una acclamata esecuzione della Sonata per violoncello e pianoforte in sol minore op.65 di Fryderyk Chopin, nella quale sono riusciti a far emergere quel dinamismo interiore da cui le opere chopiniane prendono vita attraverso passaggi dal forte al piano e viceversa, per contrasto o per sfumatura, così da generare una forte tensione psicologica ed emozionale nell’ascoltatore. Colpisce in particolare l’atmosfera ricreata dai due musicisti, capaci di far spiccare al meglio la contrapposizione fra il tema malinconico iniziale e il secondo tema, pensoso e luminoso. Equilibrio e dialogo concertante fra i due strumenti animano lo Scherzo brillante e il Largo nostalgico, mentre nel Finale il pianoforte torna ad essere protagonista come in apertura, impegnando De Maria in passaggi vigorosi, tecnicamente difficili, che riaffermano l’intonazione del tempo iniziale, drammatica e complessa, prima di culminare in una trionfale conclusione.

Di tutt’altro taglio sono l’opera per pianoforte solo di Salvatore Sciarrino intitolata Anamorfosi, composta nel 1980, e 3 dei Dodici Capricci per violoncello solo op.25 di Carlo Alfredo Piatti, pubblicati a Berlino nel 1875.

Con Anamorfosi, Sciarrino invita a riascoltare da una prospettiva inedita ciò che è ormai sedimentato nella memoria del pubblico del grande cinema americano. I riferimenti “colti” sono diretti a Ravel e ai suoi giochi d’acqua. Il rimando alla liquidità non è espresso solo dal punto di vista melodico ma anche da quello armonico e timbrico. Infatti, il brano è imperniato su accordi “sciolti”, arpeggi spesso realizzati nel registro acuto del pianoforte. Con una grande leggerezza nel tocco De Maria riesce e rievocare all’ascolto tale sensazione acquatica voluta da Sciarrino, immergendo il pubblico in una dimensione quasi ancestrale e magica. Dalle acque zampillanti dei Jeux d’eau raveliani emerge improvvisamente il tema di Singing in the rain, prima di rimmergersi nelle sonorità piene di armonici che nelle battute conclusive accennano Une barque sur l’ocean.

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Il piccolo brano è una sorta di divertito esperimento che sembra quasi non dover aver fine. Le differenti modalità nelle quali l’elemento acquatico è rappresentato in una “prospettiva deformata”. È solo scegliendo un particolare punto di ascolto che diventa possibile riconoscere i brani dai quali l’opera trae origine.

Nonostante il chiaro intento ironico, il brano di Sciarrino comunica una spiritualità che ritroviamo poco dopo nel secondo dei Dodici Capricci, op. 25 per violoncello solo del compositore bergamasco Carlo Alfredo Piatti. L’Andante religioso eseguito da Meneses con un tocco del violoncello più delicato rispetto al piglio energico del primo capriccio. Meneses sembra quasi recitare una preghiera facendo emergere quel sentimento voluto dal compositore. Le sonorità piene e suggestive ottenute dalla cavata di Meneses dimostrano che i brani di Piatti, al di là del mero virtuosismo, vanno annoverati fra i capolavori della letteratura violoncellistica di tutti i tempi. Infine, nell’Allegro comodo il carattere si fa più concitato, caratterizzato da un continuo susseguirsi di registro grave e acuto che il musicista brasiliano realizza sapientemente, restituendoci nelle battute finali quel gioco di contrasti timbrici e di luce che è il filo conduttore di tutte le opere eseguite durante la serata.