Tutti i colori di Beethoven e Prokov’ef

di Laura Mazzagufo

Even if time passes by, the concert of last monday will remain impressed in our minds like a color photo


Ripensare a quello scorso lunedì sera in cui il violino di Boris Belkin ha incontrato l’Orchestra della Toscana diretta da Jonathan Stockhammer è come osservare una fotografia a colori. Non importa quanto tempo passerà: si tratta di uno di quei concerti che restano impressi nella memoria fin nei dettagli, anzi, proprio per i dettagli.

Nel Coriolano di Beethoven questa fotografia diventa nitida e brillante, come un’immagine dalla saturazione molto alta: fin da subito dinamiche e fraseggi sono decisamente enfatizzati e i motivi melodici, anche quando sulla partitura si ripetono identici, non sono mai riproposti con lo stesso colore, ma con densità e sfumature cangianti. Tutto in funzione di un preciso senso musicale: una scelta che predilige un linguaggio schietto e sincero, che arriva direttamente al centro cerebrale del piacere. Poco importa, in questo caso, se la prassi storica è interpretata con qualche licenza: quei colori un po’ artefatti, liberi da qualunque dogmatismo, comunicano più di tante esecuzioni stilisticamente ineccepibili ma fredde e distaccate.

L’effetto cercato da Stockhammer si sposa bene all’ambiente circostante: l’acustica della chiesa di Sant’Agostino risponde all’orchestra amplificandone il suono in grandi masse sonore che investono con potenza il pubblico e si spengono lentamente in riverbero che ha del misterioso, del sacrale. È la voce dello spazio, che interagisce con la musica.

Tempi non veloci ed enfasi sui bassi soddisfano non solo questioni d’ordine acustico, ma anche la necessaria esplorazione della drammaticità che è chiave di lettura di questa ouverture: nella tensione del discorso musicale si avverte il dolore e il disorientamento di Coriolano, i dubbi che lo assalgono, la vergogna della promessa non mantenuta, la fine (nella lettura di Heinrich Joseph von Collin non a caso ancora più tragica che in Shakespeare) ineluttabile. Tutta la vicenda narrativa è già compiuta in quelle lunghe note tenute quasi in crescendo, vibranti fino alla fine, nella magnificenza del suono che riempie anche i silenzi delle pause, nei tre accordi staccati in chiusura che, sebbene in piano, sconquassano lo spazio della chiesa, come un’onda d’urto, definitive.

Se il Coriolano ha il nitore di una fotografia, il Secondo Concerto per violino di Prokov’ef appare nell’immaginazione come uno stereogramma, un’immagine in 3D in cui il solista si profila in primo piano sul tappeto orchestrale.

Boris Belkin attacca la frase del primo tema: semplice, pulita, lineare, quasi impersonale, come qualcosa che esiste da sempre, puro e senza armonici. L’effetto, nel momento in cui entra l’orchestra, è di assoluto contrasto: una repentina scalata al forte su un tenue sfondo orchestrale, da cornice. La maestria del violinista russo è nei dettagli: la ricercatezza del timbro, ad esempio, come nel pianissimo che apre il secondo movimento, nascendo dal nulla, tanto sottile e velato da sembrare in sordina. Solista e orchestra sono in dialogo costante: Belkin domanda, l’orchestra risponde. Alla memoria riaffiorano suggestioni del Romeo e Giulietta, il celebre balletto, da cui il violino di Belkin sembra prendere in prestito i movimenti tonici e fluidi della danza, la leggiadria del ballerino. Da questo sognante torpore ci risveglia il percussivo terzo tempo, il suo carattere militare, il suo sapore metallico, pungente.

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Dal podio la bacchetta di Stockhammer disegna gesti precisi e netti, scandendo con cura la metrica irregolare che è parte del fascino del Concerto. Torna invece a movimenti veementi e ampi, sovrabbondanti, quando ritrova le note beethoveniane: la direzione non avviene solo attraverso le mani, coinvolge bensì tutto il corpo, dal piede che batte sul podio alle espressioni eloquenti del volto. La Settima sinfonia inizia dunque con un rinnovato vigore. Ancora una volta abbiamo l’impressione di essere i destinatari, se non di un preciso messaggio, di una forte volontà comunicativa: non più però intrisa della drammaticità del Coriolano, ma della gioia e dell’umanità proprie del Beethoven maturo. Basta ascoltare – e osservare – il gesto liberatorio degli archi, quando sollevano l’archetto dalle corde sull’apice delle scale ascendenti, all’inizio della sinfonia: una leggerezza che immediatamente si avverte fisicamente, sulla propria pelle.

Il secondo movimento attacca senza soluzione di continuità e quasi non abbiamo il tempo di prepararci a riconoscere uno dei passi più celebri nella storia della musica occidentale: lo straordinario impatto emotivo dell’Allegretto immediatamente tinge l’esperienza d’ascolto d’un delicato, nostalgico color seppia.

L’ascesa lenta ma implacabile verso il trionfale apice è preparata con estrema cura, calma e potente, secondo una lettura coerente al quadro d’insieme, ma un po’ rétro nel guardare a certi celebri modelli del passato. Alla chiusura del movimento, come spesso accade, il silenzio è tombale, per giunta sapientemente prolungato dal direttore con una lunga pausa prima del successivo attacco. L’efficacia di una tale gestione dei tempi (non solo strettamente musicali, ma anche “logistici”) è subito evidente: dopo l’incantesimo dell’Allegretto, il resto della sinfonia scorre via velocemente e in un baleno l’orchestra è catapultata nel vorticoso movimento finale, più incalzante del Presto che lo precede.

Gli applausi riempiono la navata di una Sant’Agostino colma di gente, si rinforzano quando Boris Belkin torna sul palco e salutano gli orchestrali, che non nascondono una meritata soddisfazione e si inchinano in un ultimo, non poco scenografico, saluto: persino ora perfettamente in sincrono.

Questa sera Boris Belkin è al Chiostro di Torri a Sovicille (ore 21.15), accompagnato al pianoforte da Takashi Sato, per un #ChigianaOffTheWall a suon di Mozart, Schubert, Kurtág e Franck.

[Fotografie di Roberto Testi]