Carnaval, storia di un’intimità ricostruita

di Francesco Milella

“Schumann? chi lo studia più? È un autore trascurato perché intimo in una società che di intimità non ne ha più”.

 

Queste parole, pronunciate dal compositore palermitano Salvatore Sciarrino pochi giorni prima la “messa in scena” del “Carnaval” schumanniano per “Il Classico Inatteso”, mi sono parse in un primo momento decisamente forzate. Quanti dischi, quanti concerti dedicati al genio tedesco!

Ma quel riferimento all’intimità della sua musica incompatibile con la superficialità della nostra società, aveva però il suo effetto e soprattutto il suo senso. Forse era vero: Schumann si studia, ma pochi davvero riescono a viverlo, ad entrare nella profonda sensibilità della sua estetica e cogliere il valore del suo messaggio.

Ieri sera, al Teatro dei Rozzi, quest’intimità, in un certo senso, ha fatto ritorno, per poco tempo, anzi, per poco più un’ora. Ma è stato sufficiente per coglierne la grandezza, o meglio la profondità, la teatralità e soprattutto la modernità.

Profondità, teatralità e modernità, sì. Sono proprio queste parole, di apparente chiarezza, che a mio parere delineano in maniera più pertinente e forse più intensa lo straordinario dialogo fra arti che ieri ha avuto luogo nel piccolo teatro senese.

Innanzitutto profondità, profondità nel suono, nella musica, vera protagonista di questa serata: grazie proprio al bravo e raffinato pianista Roberto Prosseda, questo capolavoro schumanniano ha ritrovano la sua affascinante tridimensionalità musicale e soprattutto psicologica.

Una tridimensionalità fatta di suoni ora liquidi ora ruvidi, ora dolci ora amari, in un fragile quanto affascinante equilibrio tra follia e razionalità, ironia e amore, vita e morte. È un suono, quello del “Carnaval” schumanniano, che cessa di muoversi su coordinate verticali ed orizzontali, per andare oltre, verso l’esterno, verso il mondo e dunque contro tutti i mostri che lo abitano. Ma anche verso l’interno, verso l’uomo per affrontare i suoi fantasmi in un viaggio degno di un dramma.

E tale è stato l’obiettivo della compagnia “Balletto di Siena” che, con la delicata coreografia di Marco Batti, è riuscita a rendere ancora più viva ed esplicita la teatralità che anima l’opera schumanniana.

Dando infatti vita e forma a personaggi come Eusebius, Pierrot, Estrella e Florestan, la danza, grazie anche alla essenziale regia di Alessio Pizzech, ha costruito una trama leggera e delicata. In altre e più forti parole, ha delineato ancora più incisivamente l’universo emotivo che Schumann è riuscito a creare col suo linguaggio musicale.

Insomma, un viaggio, in una doppia direzione, interiore ed esteriore, che la raffinatissima penna di Armand Godoy (1880-1964) ha saputo cogliere con rara delicatezza.

Fuori fa freddo, tanto freddo nell’anima mia. / L’ebbrezza mi ci vuole, la follia.

cover godoy:Layout 1Così, con queste parole, inizia il “Carnaval di Schumann”, scritto nel 1927 come trasposizione poetica del capolavoro musicale. Parole in cui ritorna chiara e penetrante la profondità della musica con, però, qualcosa di diverso.

C’è infatti, in questi versi tradotti (pubblicati da Pendragon) e letti con intelligenza da Nicola Muschitiello alternandosi con i brano musicali, una sintesi di tutta la sofferenza non solo dell’ottocento romantico di Schumann ma anche e soprattutto del novecento di Godoy un poeta che, da Cuba a Parigi, da Poe a Baudelaire, si è trovato a vivere la lenta fine del

mondo moderno e la rapida, dolorosissima ascesa del mondo contemporaneo.

Ritornano nelle sue parole i dolori e le sofferenze del “Carnaval” schumanniano temperate (o forse oscurate?) da metafore e termini tragicamente novecenteschi allorquando Godoy si trova a scrivere le parole per “Paganini”:

È l’ultima notte che passerò in questo triste ospedale / (l’ultima notte d’amore) e domani, / saziato il corpo, dimentico e brutale, / andrò incontro ai deliranti tormenti della vita.

Tornano anche, con “Florestan” ad esempio, i sogni

d’amore capaci di far respirare per un attimo un’eternità e una giovinezza che, se in Schumann odorano ancora di Goethe e Schiller, in Godoy sembrano accogliere una leggerezza più effimera e materiale.

È bella la vita, è proprio bella! / Chi ci pensa ai guai, chi parla di morire! / quando il buon desiderio si risveglia / per la minima occhiata di una bella?

Nelle sue poesie, che accompagnano con sorprendente coerenza i vari momenti della musica di Schumann, si ritrova dunque una modernità ermetica, ricca di metafore e

suggestioni sempre sorprendenti.

Ma resta comunque una modernità sufficientemente chiara e trasparente nel condividere il suo obiettivo: ascoltare, scoprire e vivere Schumann in una luce diversa figlia di un’estetica più moderna. Più “nostra”.

prosseda_muschitiello