Complice uno spazio. Armonie tra Lilya Zilberstein e Antonio Caggiano

di Maria Rossetti

Harmony and vitality are the key words of the #SpaceInSound last Tuesday’s concert. Starring on stage at the Rinnovati’s Theatre the two pianists Lilya Zilberstein and his son Anton Gerzenberg with Antonio Caggiano and his student of percussions class Simone Buttà.


Sintonia e vitalità sono le parole chiave del concerto di #SpaceInSound di martedì scorso. Protagonisti sul palcoscenico del Teatro dei Rinnovati i due pianisti Lilya Zilberstein e suo figlio Anton Gerzenberg insieme ad Antonio Caggiano e al suo allievo della classe di percussioni Simone Buttà. Suoni e ritmi scandiscono la serata, accompagnando gli ascoltatori in un viaggio sempre più intenso.

Un filo conduttore attraversa il concerto da cima a fondo: un programma fatto di trascrizioni e riscritture. Dalla Sonata in fa minore di Brahms, nata come quintetto, alle rielaborazioni per due pianoforti di Kurtág dei corali di Bach, alla Sonata di Bartók inizialmente pensata per un organico più ristretto, fino ad arrivare all’entusiasmante bis.

Due pianoforti in scena – una coda abbraccia l’altra – creano da subito un ambiente sonoro di pura complicità. Uno yin e yang perfetti, che restituiscono anche visivamente quel senso di equilibrio assoluto che si trova nella musica di Johannes Brahms.

Nella Sonata in fa minore le parti si intrecciano, si compensano, si compenetrano. Non è sempre facile capire da quale dei due pianoforti arrivi il suono. Le note si sommano, una sfera sonora racchiude i due pianisti. Così, la scrittura per due pianoforti prende forma unitaria come non mai. Il dialogo è un continuo divenire e poi ritirarsi, un’onda dopo l’altra di tensioni e distensioni che rende Brahms così classico nel suo romanticismo. È una sintonia che solo una madre e un figlio possono raggiungere: una comunicazione intensa, che rende perfetta la delicatezza equilibrata dell’Allegro iniziale e restituisce monumentalità al terzo movimento, in un rincorrersi di voci che da uno strumento passa all’altro attraversando l’intera tastiera. Il Finale è puntuale, un timbro pastoso si unisce a un tocco brillante.

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Foto di Stefano Fabbri

Sciolta l’unione indispensabile all’esecuzione della Sonata di Brahms, i due pianoforti, riposizionati, si dividono per accogliere nel loro spazio sonoro le percussioni. I pianisti, spalle al pubblico, si guardano costantemente nonostante la distanza. Un accenno impercettibile dà via agli attacchi, in una “telepatia” che il pubblico può solo intuire. In quel momento si comincia già ad immaginare ciò che accadrà più tardi, quando a quel cerchio magico prenderanno parte anche i due percussionisti.

Con le trascrizioni di György Kurtág, Zilberstein e Genzenberg mettono in risalto tutte la potenzialità della scrittura pianistica. Nelle rielaborazioni del compositore ungherese i corali bachiani acquisiscono una consistenza nuova. Le corde percosse dei due strumenti danno ai brani uno spessore deciso e i vari soggetti musicali prendono corpo nelle mani risolute dei pianisti. Le voci, qui ben distinte, si moltiplicano tra i due pianoforti, creando un gioco polifonico di grande effetto.

È uno spazio privilegiato quello dei pianisti sul palcoscenico, una dimensione che i due artisti condividono con il loro pubblico attraverso la musica: un’intesa felice a cui sono invitati a partecipare tutti. La sintonia dei due pianisti si amplifica all’ingresso dei percussionisti. Le distanze tra esecutori e ascoltatori sono annullate. La sintonia che si crea tra Lilya Zilberstein e Antonio Caggiano nella Sonata di Béla Bartók è coinvolgente. Il passaggio dalle trascrizioni bachiane di Kurtág all’esplosiva vitalità di quest’ultima composizione garantisce un effetto di contrasto vitale. Nella Sonata per due pianoforti e percussioni il tocco policromo della Zilberstein, che accosta tratti brillanti, accordi potenti a passaggi delicatissimi, lascia senza fiato.

Dalla leggerezza delle scale, che dai pianoforti passano alle percussioni, emerge l’esotismo dell’opera bartókiana. Il suono aperto del pianoforte e quello incantatorio dello xilofono restituiscono la sensualità di un mondo favoloso. La scorrevolezza di un trillo sottilissimo trova risposta nelle esplosioni dinamiche delle percussioni, di cui cresce la presenza nei momenti di tensione più alta.

La spazialità stereofonica ottenuta sul palco crea un microcosmo che contiene i quattro musicisti, chiamati a dialogare visivamente e musicalmente, ad ascoltarsi reciprocamente e a creare uno scambio continuo di parti. Ma il risultato era già nell’idea originaria di Bartók, che attraverso questa bizzarra disposizione degli strumenti e dei musicisti ha voluto creare un rapporto profondo tra i vari agenti dell’opera.

Dall’alternanza brahmsiana delle parti musicali all’intreccio bachiano delle melodie sovrapposte fino all’agglomerarsi di suoni e ritmi nell’opera di Bartók, il concerto è un crescendo continuo che esplode in un finale entusiasmante. Il bis che gli artisti propongono al pubblico già estasiato è un portento di energia: le Variazioni su un tema di Paganini di Witold Lutoslawski.

Tutte le opere, compresa quella dell’ultimo compositore, sono frutto di trascrizioni, variazioni e riscritture per un nuovo organico e un nuovo spazio, tutti lavori che rivivono in una dimensione sempre nuova nel momento dell’ascolto, e tutte frutto di un intento comune: trascrivere e riscrivere per rivivere l’esperienza di ieri nella musica di oggi.

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[Fotografie di Roberto Testi]