Crittogrammi e metafore: il Carnevale sentimentale di Robert Schumann

di Francesco Milella

Non sono poche, nella storia della musica, i casi di crittogrammi musicali in cui i compositori hanno cercato di giocare con la musica costruendo melodie e intere partiture con le note suggerite dalle lettere di una parola.

L’iniziatore di questa singolare e divertente pratica pare sia stato, nel XVI secolo, il fiammingo Josquin Desprez che, dovendo scrivere una messa in onore di Ercole duca di Ferrara, fece coincidere le lettere del committente (Hercules Dux Ferrariae) con le lettere della solmizzazione, ideata a cavallo dell’anno mille di Guido d’Arezzo (ut-re-mi…), traendo così il soggetto musicale dalle vocali: Her – re, cu – ut, les – re, Dux – ut, Fer – re, ra – fa, ri – mi, ae – re.

Altrettanto famoso fu il caso di Bach che, qualche secolo dopo, approfittò della insolita coincidenza delle lettere del suo cognome col nome anglosassone di quattro note (B-A-C-H), per comporre una serie di fughe con le note Sibemolle – La – Do – Si naturale in una dilettevole satira su sé stesso.

Nell’Ottocento ovviamente la situazione non poteva che cambiare. La sofferta esistenza e l’irrequieta intimità di molti dei protagonisti del romanticismo trasformarono questo brillante ed originale gioco musicale in uno strumento per dare libero sfogo ai loro più profondi desideri e paure.

E così accadde con “Carnaval”, una particolare raccolta di brevi pezzi per pianoforte di Robert Schumann pubblicati nel 1837. In quegli anni di intensissima attività il ventiquattrenne compositore tedesco, frequentando la casa del suo maestro di pianoforte, Frederick Wieck (padre della celebre Clara), pose il suo sguardo su una delle allieve, Ernestine von Fricken, originaria della città boema di Aš.

Con non poco stupore il giovane pianista si accorse subito di una singolare coincidenza: le lettere del nome della cittadina, Aš, la cui pronuncia in tedesco suona “Asch”, comparivano anche nel suo cognome, ma non soltanto: nel mondo anglosassone, corrispondevano a delle note musicali. Un caso o forse un segno che il destino stava mandando a Schumann per rassicurarlo sul suo futuro sentimentale? Da buon adolescente romantico, optò per la seconda: quello era un segno che doveva diventare musica. E lo divenne.

Le quattro lettere A-S-C-H si trasformarono rispettivamente nelle note la-mi bemolle-do-si che servirono a Schumann per creare un tema particolarmente dolente che a sua volta venne utilizzato  come base per tutti i brani di questa raccolta. Insomma, un romantico ed originale crittogramma.

Ma Carnaval è anche altro: questa romantica ed originale corrispondenza tra le note che definiscono questa raccolta e quelle quattro lettere per lui così significative non sono che la base di un lavoro ben più profondo ed intimo che va al di là dell’amore per Ernestine ed arriva a toccare le corde più sensibili del cuore e della mente schumanniana.

439px-Schumann-photo1850Carnaval è una vera e propria sfilata di tipi umani, personaggi fantastici e reali che, in un vero e proprio inquietante carnevale marciano uno dopo l’altro alternati da tre macabre sfingi: da un notturno Pierrot ad un brillante Arlecchino, dal pio Eusebius alla vivace Coquette.

Insomma, non c’è bisogno della psicanalisi per capire che siamo davanti ad una stupefacente metafora:  Schumann mette in scena tutti i fantasmi più oscuri ed inquietanti che abitavano in quel momento la sua mente, come se il sentimento d’amore per Ernestine avesse liberato i pensieri più intimi della sua mente in un drammatico flusso musicale.

Flusso musicale che #ilclassicoinatteso di quest’anno vuole porre al centro di un dialogo tra musica e letteratura abbinandolo ad un significativo testimone del nostro presente, un presente che non necessariamente deve essere contemporaneo e neanche europeo.

La scelta ovviamente non poteva che cadere su “Le Carnaval de Schumann” di Armand Godoy. Ovviamente, dico, non soltanto perché il poeta cubano naturalizzato francese trae chiara e diretta ispirazione dal capolavoro schumanniano: la raccolta poetica, proposta questa sera con la traduzione e con la lettura di Nicola Muschitiello, va ben al di là della trascrizione poetica delle sensazioni e delle emozioni provate dal grande pianista per inserirle in una dimensione estetica totalmente nuova.

Questo dialogo vedrà anche un terzo interlocutore nel coreografo e danzatore Marco Batti che, in collaborazione col balletto di Siena, contribuirà a rendere ancora più inatteso questo grande classico per pianoforte. Un classico trasformato, in questo comunione di musica, poesia e danza, in un vero e proprio dramma psicologico.