I dialoghi di Sciarrino

di Valentina Trovato

#ChigianaFest starts to celebrate the seventy years old of the contemporary composer Salvatore Sciarrino with a concert dedicated to him. To play his music, Prometeo Quartet comes back at Palazzo Chigi Saracini, together with the flautist Matteo Cesari and the clarinetist Yoshua Fortunato.


L’Accademia Chigiana comincia ufficialmente i festeggiamenti per i 70 anni di Salvatore Sciarrino con un concerto a lui dedicato. Per eseguire le sue musiche torna sul palco del Salone di Palazzo Chigi Saracini uno dei più importanti ensemble cameristici italiani, il Quartetto Prometeo, a cui si sono aggiunti il flautista Matteo Cesari e il clarinettista Yoshua Fortunato.

Dopo l’introduzione augurale del Direttore Artistico Nicola Sani, il Quartetto sale sul palco e annuncia un piccolo cambio di programma perché per eseguire uno dei primi brani è necessario scordare il violoncello. Ma non per produrre sonorità gratuitamente provocatorie. L’arguzia del compositore palermitano riesce a tingere di ironia la ricerca musicale più profonda, e ad accompagnare in una curiosa esplorazione dell’universo sonoro anche il pubblico meno abituato alla sperimentazione. Il concerto si apre infatti con la rilettura per quartetto d’archi di alcune sonate per tastiera di Domenico Scarlatti (le Sonate in Mi maggiore K. 531, in Do maggiore K. 513, in Si maggiore K 262).

Un lavoro alquanto affascinante sulla musica antica realizzato attraverso un processo di vera e propria riscrittura. Come ci confermano Francesco Dillon e Aldo Campagnari, rispettivamente violoncello e secondo violino del Quartetto, nell’intervista che ci hanno concesso prima del concerto:

«Questo sfasamento temporale ci ha stimolato molto. La prima di queste trascrizioni, appartenente a un altro ciclo, risale al 2000, ed è stata una rivelazione. Questa musica, staccata dal suo strumento originale (la tastiera del clavicembalo), trasportata su un altro mezzo – il  quartetto d’archi, che possiede altre connotazioni, anche stilistiche – seppur con pochi interventi,  diveniva senza tempo».

“Traducendo” la musica di Scarlatti per una formazione strumentale che non esisteva ai suoi tempi, questa musica viene ripensata nei termini di un linguaggio storicamente successivo, quello di Mozart, Haydn e Beethoven. Pur mantenendo le indicazioni di agogica, infatti, nella riscrittura operata dal compositore contemporaneo, si possono individuare gli stilemi tipici dei Quartetti di Haydn, come in Pastorale, o ancora di Beethoven e Mozart nei successivi Allegro e Vivo – in quest’ultimo, in particolare, si ritrovano alcune soluzioni presenti negli ultimi lavori cameristici di MendelssohnI tre pezzi sono eseguite con grande maestria come un flusso continuo e sembrano diventare i movimenti di un quartetto “beethoveniano”.

Si instaura così un gioco vivace tra l’autore, i suoi esecutori e il pubblico, che scatena la ricerca dei riferimenti culturali di Sciarrino compositore e artigiano.

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Il passaggio sonoro alla parte centrale del concerto, composta dal Quartetto n. 7 e dall’Omaggio a Burri, è ben chiaro all’ascoltatore: si arriva a una scrittura autenticamente sciarriniana. Entrambi i pezzi appartengono alla seconda metà degli anni Novanta, e rappresentano il risultato delle ricerche del compositore siciliano in ambito vocale. Come nel Quartetto n. 7, dove gli strumentisti dialogano tra loro, utilizzando scordature nel range più acuto degli strumenti ad arco, che rievocano l’utilizzo della voce.

Nell’Omaggio di Burri (1995) per tre strumenti, dedicato al pittore italiano, ritroviamo sul palco il flauto in Sol di Matteo Cesari, il violino di Aldo Campagnari e il clarinetto basso di Yoshua Fortunato. Dopo gli applausi per i tre musicisti saliti sul palco, in sala cala nuovamente il silenzio. Puro silenzio, necessario per immergersi nella poetica di Sciarrino.

L’iniziale indicazione in partitura “Al tempo degli orologi” è eseguita dalle note soffiate violentemente del flauto, e da quelle continue del clarinetto, che dialogano tra di loro. Nel silenzio assordante del pubblico in attesa, anche il corpo del musicista partecipa all’esecuzione, come il mignolo del flautista che batte sullo strumento per dare il tempo.

La parte conclusiva del concerto è dedicata al Quartetto d’archi di Maurice Ravel, un unicum nel catalogo del compositore francese, dedicato a Gabriel Fauré, suo maestro durante gli studi a Parigi. Intriso dell’esperienza del simbolismo e dell’impressionismo di primo Novecento, il pezzo è caratterizzato da uno straordinario lirismo, affidato in particolare alla viola, voce-guida dei momenti più poetici del terzo movimento (Très lent). Il Quartetto Prometeo non delude le attese e anche quest’ultimo pezzo, posto come un contraltare davanti al resto del programma, è eseguito in modo impeccabile ed ispirato.

Questa è la conferma che musica del passato e attuale possono (e devono) dialogare, come ci ha ricordato Francesco Dillon, dichiarando il progetto artistico del Quartetto Prometeo:

«l’attitudine del Quartetto è quella di mettere in dialogo passato e presente – non di fare gli specialisti di qualcosa –, ma cercare di metterci in gioco ogni volta, per reinventare il suono, il fraseggio, per adattarsi alla musica che stiamo suonando e tenerla viva, sia quella antica che attuale».