Dietro l’obiettivo Guido Chigi fotografo

Giovedì 21 Aprile 2016 ore 18.15
Palazzo Chigi Saracini, Aula Casella

con
Stefano Jacoviello – semiologo
Alessandro Pagni – storico della fotografia

Le celebrazioni di Guido Chigi Saracini a cinquant’anni dalla sua scomparsa stanno rivelando apertamente il carattere di una vera e propria indagine intorno alla personalità dell’aristocratico senese. La serie di conversazioni che si sono svolte finora hanno lasciato emergere i progetti, i desideri e le visioni del Conte rispetto a Siena, l’Italia, e in generale il vasto mondo delle arti. Comprendere il valore attuale del suo operato nella cultura musicale del Novecento, e divulgarne l’importanza presso il pubblico più vasto restano gli obiettivi principali delle iniziative organizzate dall’Accademia durante l’anno. Ma fra i molti effetti collaterali di questa ri-scoperta, l’aspetto più curioso di Guido Chigi riguarda l’intensa passione per la fotografia, seconda solo a quella per la musica.

L’amore per la nuova arte figlia della rivoluzione tecnologica già circolava in famiglia: lo dimostra l’acquisto di un’ampia collezione di foto stereoscopiche, una novità assoluta per la fine dell’Ottocento. I mezzi economici a disposizione permisero ben presto al conte Guido di acquistare apparecchi moderni, maneggevoli, pronti ad esplorare il mondo circostante.

Infatti, benché abbia poi trascorso gran parte della sua esistenza come «un’ostrica nata che ha bisogno dello scoglio»(1) senese, il giovane Guido Chigi attraverso l’occhio fotografico mostrava un interesse da etnografo per l’umanità che popolava i luoghi da lui visitati. Costumi, pratiche, differenze di classe, passavano davanti al suo obiettivo lasciando l’impronta di una società in trasformazione in cui i più poveri assomigliavano ancora alle figurine dipinte dai bamboccianti, ma i ricchi borghesi si mescolavano ai nobili conquistandone l’immaginario.
All’aperto, Guido Chigi ritrae il lavoro dei campi filtrato dalle visioni macchiaiole, mentre Palazzo al Piano assume le fattezze di una rovina da vedutista del Settecento: fin da subito, forse inconsapevolmente, nel mezzo fotografico fra le sue mani si incrociano le estetiche dell’arte del passato – da lui sognata, desiderata, immaginata – e di quella a lui più vicina, incline al documento, al racconto del presente.
Chiuso nelle stanze dei suoi palazzi, invece, il conte si diverte a ricostruire tableau vivant, di cui spesso la protagonista è la giovane moglie, ora vestita da odalisca, ora da casta venere pompier, o in atteggiamenti da chanteuse à la Boldini. Altrimenti, fuori dal gioco dei travestimenti, le foto private esprimono l’intimità di un quotidiano matrimoniale fatto di gesti teneri e delicati. Lo sguardo fotografico di Guido sulla moglie Bianca, nel primo periodo della loro unione, manifesta l’affetto semplice e sincero che guida le angolazioni, conduce alla scelta delle pose e alla costruzione dell’immagine.
Una attenzione altrettanto intensa appare negli autoritratti: il conte, preso da una vanitosa cura per l’immagine di se stesso, ne realizza molti durante l’intera vita. Sebbene la tecnologia fosse ben lontana dal permettere i selfie di oggi, Guido Chigi mostra una consapevolezza da fotografo nel comporre i ritratti di sé, che si differenziano notevolmente da quelli di altri suoi parenti, scattati immediatamente prima o dopo, con la stessa inquadratura, senza spostare la macchina. Per questo, per quanto anacronisticamente, si può parlare di veri e propri autoritratti, che lui riesce a produrre durante le gite in campagna o al mare, durante la guerra, nelle stanze del suo palazzo, fino all’ultima immagine conservata negli album.

(1)Guido Chigi Saracini, Alla Grande Guerra in automobile. Diario e fotografie 1915-16,
Il Mulino, Bologna 2015, p.99

Nella seconda fase della sua vita («incipit vita nova»: così scrive nella pagina di suo album, dopo la quale non compaiono più immagini di Bianca), lo sguardo del Conte si fa più sintetico, scevro da ogni orpello. Scema l’interesse per la documentazione, e i suoi scatti cominciano a somigliare a quelli di importanti fotografi di fama internazionale come A. Stieglitz, P. Strand o M. Álvarez Bravo (non sappiamo se li conoscesse). Tuttavia, traspare ancora quella specie di “tradizionalismo” artistico, che affiora soprattutto in alcuni ritratti femminili all’incrocio fra l’eclettismo liberty e i preraffaelliti.
Il pittorialismo del Conte viene però ora sottoposto ad una nuova procedura, resa possibile anche dai nuovi apparecchi: Guido Chigi gira intorno ai suoi soggetti, scattando una serie di foto alla ricerca del giusto profilo. Sembra morbosamente attratto dalla forma “cammeo”. Nel frattempo, le foto mostrano il nuovo processo che le guida: alla descrizione del mondo che si configura come l’immaginario aristocratico-borghese alimentato dalla pittura di fine Ottocento si sostituisce una chiara ricerca artistica, spiccatamente fotografica.
Resta il fascino delle foto “di famiglia”: le immagini dei bambini che dagli anni Venti-Trenta popolano la villa di Castelnuovo Berardenga o Palazzo Chigi Saracini fanno il paio con quelle che più o meno negli stessi luoghi ritraevano gli svaghi di primo Novecento. Ci sono le foto con i musicisti – maestri e allievi – ospiti dell’Accademia, che testimoniano profondi rapporti di stima, e talvolta devota amicizia.

Crescere in un ambiente ricco di immagini deve aver stimolato in Guido una istintiva tendenza al montaggio: lo si vede nelle rime iconografiche che animano le serie di foto scattate in guerra, ma anche in alcune sequenze dal carattere cinematografico che documentano le burle giovanili organizzate durante le vacanze estive.
Le posture da commedia cinematografica delle origini fanno capolino anche nelle scene che raccontano l’introduzione di simpatici nuovi amici alle cortesie del salotto aristocratico.
La convivenza fra l’antico – a cui il conte, quasi compiacendosi, si fregiava di appartenere –, e la modernità – che inevitabilmente lo travolgeva –, nelle sue foto appare in modo talmente chiaro da costringerci a tornare sull’idea di se stesso che Guido Chigi Saracini ha voluto consegnare agli altri. Gli stucchi del “suo” salone in stile Settecento Veneziano; le ricerche su Vivaldi, gli Scarlatti, Cimarosa, Pergolesi, su Azzolino della Ciaia e sull’antenato Claudio Saracini; l’Accademia costruita come una “corte di armonia” dai reverberi rinascimentali; Le Ricordanze scritte come uno zibaldone: gli elementi fondanti del suo universo “al passato” non hanno mai impedito l’accesso ai dibattiti contemporanei sulla musica e sulla funzione delle arti. La contemporaneità offriva stimoli che il Conte era capace di cogliere con intelligenza, pur non perdendo mai occasione per dichiararsi apertamente nemico delle più recenti novità.
Dunque, la scoperta forse più interessante di questa indagine pubblica sul Conte lunga un anno resta nei non detti, nei silenzi pieni di senso che le foto sanno custodire meglio di ogni altra cosa, ma che sono pronte a svelare ad ogni sguardo che sappia porsi in ascolto.

Didascalie immagini:
Guido Chigi Saracini Tre donne, Collezione Chigi Saracini;
Guido Chigi Saracini 1920-22, Collezione Chigi Saracini;
Guido Chigi Saracini 1907, Collezione Chigi Saracini;
Guido Chigi Saracini 1907, Collezione Chigi Saracini;
Guido Chigi Saracini 1910, Collezione Chigi Saracini.

Stefano Jacoviello