Fabbriciani e i non-luoghi della natura e del cybersuono

di Valentina Crosetto

If you want to have an acoustic closed-eye experience, let you carry away by the utopian spaces of live electronics music mixed with Roberto Fabbriciani’s innovated flute techinique.


Capita spesso ascoltando la musica, qualunque tipo di musica, lontana o vicina nel tempo, che la nostra fantasia vada molto lontano, quasi come se quei suoni fossero l’occasione per produrre rifrazioni incredibili, nessi associativi inaspettati.

Osserva Lévi-Strauss che quando si esegue una musica si parla soprattutto dell’organico: si dice che gli esecutori sono uno, due, tre, quindici o cento più il direttore, ma non si menziona mai una componente fondamentale, ovvero il battito del cuore e dei nervi dell’ascoltatore. E questo battito è imprevedibile, fantasioso e straordinariamente creativo: funziona come una cassa di risonanza interiore in cui vibra la componente soggettiva, il valore esistenziale del far musica.

Il live electronics si comporta un po’ allo stesso modo: assomiglia a una sonda calata negli spazi profondi dell’ascoltatore, capace di incrinare una parete e rivelare quello che sta dietro. Non è semplicemente una metafora, ma una sorta di rivelazione pratica dei percorsi imprevedibili e immaginari della sensibilità soggettiva, di sintesi della realtà acustica e della sua ombra interiore.

Un’esperienza sensoriale da sperimentare a occhi chiusi, in cui ognuno è condotto dentro possibilità combinatorie in continuo movimento, dentro vortici di cognizione collegati ad altrettanti sismografi percettivi. Ma dove, soprattutto, ad essere sollecitata è la possibilità di confondere relazioni anche quando non sono state fissate nella pagina scritta. Perché è lo spazio che suona, che diventa oggetto da esaminare al microscopio: il compositore non descrive, non risolve, non formula sentenze, si limita a fornire una pioggia di informazioni, di stimoli, da cui l’ascoltatore finisce per restare ingabbiato.

Il concerto Live Electronics Soundscapes, su brani di Fabio Nieder, Luigi Nono, Aldo Clementi e Nicola Sani, ha indagato i paesaggi intimi del suono, «consentendo di entrare all’interno dell’evento sonoro come se fosse un ambiente, uno spazio virtuale determinato da dimensioni e parametri» (Sani). Tuttavia, se l’esecuzione di tipo tradizionale ha cambiato significato, in quanto la riproduzione di composizioni dotate di live electronics è il risultato di un complesso lavoro di squadra, l’interprete strumentale ha mantenuto un ruolo centrale nella realizzazione della performance intervenendo dinamicamente su questo processo.

Il musicista Roberto Fabbriciani, fra i primi esploratori del linguaggio moderno dei flauti, ha sperimentato le molteplici vibrazioni di questa singola famiglia di strumenti – dalle regioni acute dell’ottavino a quelle gravi del flauto iperbasso – generando polifonie amplificate, elaborate, distorte dalla tecnologia digitale e proiettate nei territori infiniti dell’utopia.

Per la prima volta, lo spazio del Teatro dei Rozzi si è trasformato in un laboratorio ininterrotto di proiezioni sonore tridimensionali interamente elaborato dal vivo: anche se il programma per eseguire le musiche è stato elaborato e memorizzato precedentemente sul computer, la trasformazione, la diffusione spaziale, l’articolazione timbrica, è sempre affidata alle mani dei sound designers, che lavorano al tavolo di missaggio sotto lo sguardo vigile del M° Alvise Vidolin. Gli allievi della classe di composizione elettronica e regia del suono, Lorenzo Ballerini, Alberto Maria Gatti, Marco Matteo Markidis, Giuseppe Silvi, si sono alternati a coppie per accompagnare i suoni di Fabbriciani, manipolandoli con le macchine schierate in fondo alla platea.

In questa suggestiva opera di frammentazione dello spazio, il suono proveniente dai diversi punti della sala ha insomma creato una forma di dialogo e di drammaturgia avulsa dalla presenza di un palcoscenico. Di volta in volta, Fabbriciani ha creato, interagendo col live electronics, continui andirivieni dal vuoto alla concentrazione, dal riconoscibile all’indistinto, dal naturale all’artificiale.

Unico personaggio in azione, il suono si è aperto alla ricezione come una scatola magica da cui prelevare elementi e distribuirli nello spazio, delineando un “ascolto prospettico” assolutamente originale, capace di variare nella qualità, di trasformarsi e ricomporsi a seconda del punto di osservazione.

L’avvio con i 27 Haidenburger Vogellaute. Isoformen (tr. it. 27 idiomi di uccelli haidenburghesi e forme isofone) di Nieder ha invaso il teatro di contrappunti estatici, notturni, dolcissimi: concise linee melodiche per ottavino, con piglio cadenzante, tutte riconducibili a un materiale di partenza affine, eppure in grado di riprodurre i diversi stati d’animo degli uccelli nel fitto di un bosco.

L’ottavinista, nel saltare da un richiamo all’altro, ha interagito in tempo reale con i segnali acustici preregistrati: sibili, fischi, gorgheggi di allarme o di nidiata, di corteggiamento o di difesa, scandagliati, modulati e impastati alle voci profonde di un coro maschile invisibile, testimone della gravosità terrena al cospetto della levità degli uccelli.

Suoni al limite dell’udibile, puntellati dalle vibrazioni ora acute ora soffocate del flauto basso di Fabbriciani, si sono invece rincorsi alla ricerca di infiniti possibili nel frammento di Nono, Das atmende Klarsein (tr. it. La chiarezza che respira). Verso la successiva Prometeo: tragedia dell’ascolto, dove ogni nota racchiude in sé un universo sonoro, l’impressione che provoca questa “fabbrica di suoni” al naturale oppure elaborati dal nastro è che esista tra le due sorgenti una specie di eco: si sente il suono e poi il suono stesso ritorna trasformato.

Lo spazio fra l’uno e l’altro è un non-luogo misterioso, in cui il suono risulta meno corporeo, quasi si trattasse del «respiro degli alberi piegati dal vento della foresta nera» (Fabbriciani). Questo gioco di illusioni acustiche è proseguito anche nella Passacaglia di Clementi, tramite graduali discese e salite di alcune figure sonore o insensibili accelerati e decelerati: piccoli canoni microstrutturali sommati fra loro in un lavoro di montaggio paziente e metodico che determinano la tessitura di un arazzo, la costruzione di un caleidoscopio sonoro di cui la linea luminosa del flauto di Fabbriciani è stato unico cantore.

Le possibilità offerte dal live electronics e dal motion capture (a cura di Luca Richelli), per mezzo del quale i movimenti dell’interprete entrano letteralmente all’interno dei parametri costitutivi del suono, ha raggiunto il suo apice nel terzo movimento (More Is Different) dall’opera di Sani, Chemical free (?).

Qui il suono antico, magico e seduttivo del flauto, finora capace di evocare un mondo primitivo e ancestrale col suo soffio vitale – l’ànemos –, si è trasformato addirittura in cybersuono grazie al timbro cavernoso del flauto iperbasso e alle linee di ritardo ottenute col delay. Si percepisce la denuncia di una violazione, di una natura guastata irrimediabilmente, il cui lamento doloroso forse non è altro che un invito a riflettere sull’urgenza di un intervento collettivo verso il pianeta in cui viviamo.

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