Storia di un mondo che cambia per flauto, percussioni e colore

di Antonella Varvara

Traveling between past and present, #SpaceinSound landed in a wild, primitive region. Yesterday night’s concert at the University of Siena brought us back to the origins of music and humanity through the use of modern means: the flautist Patrick Gallois the percussionist Antonio Caggiano and some of his pupils speack a language that belongs to our present musical culture indeed.


Ancora in viaggio tra passato e presente, il pubblico di #SpaceinSound è approdato in un territorio primitivo e selvaggio. Il concerto tenutosi ieri sera presso il Cortile del Rettorato dell’Università di Siena è stato un ritorno alle origini della musica, e quindi dell’uomo, attraverso mezzi moderni: il flauto di Patrick Gallois e le percussioni di Antonio Caggiano e dei suoi allievi (Bianco, Cintoni, Macchia, Sarangoni, Zidan) parlano, infatti, una lingua che appartiene al presente della nostra cultura musicale.

Praticamente riscoperta nel corso del Novecento, l’espressività degli strumenti a percussione è legata all’enorme varietà di timbri divenuti propri di questa sezione. Le necessità creative dei compositori, nei secoli sempre più esigenti, hanno affiancato agli storici timpani, ai vari piatti e tamburi strumenti di tutti i generi provenienti da ogni angolo del mondo. Così come nel Sette-Ottocento la banda turca, insieme di percussioni di antica origine medio-orientale, da sola bastava a creare l’ambientazione esotica e arabeggiante di un’opera, così oggi un colpo di bonghi o un fruscio di maracas sono il nostro lasciapassare per un virtuale viaggio intercontinentale.

È in Africa, culla dei primi uomini, che ci porta il primo brano eseguito da Gallois e dai giovani percussionisti coinvolti nel concerto. Quasi fosse un rituale mistico, il brano di Jolivet concede ad un flautista-sciamano la guida di una tribù di ben venticinque diverse percussioni.  È un dialogo che procede per schemi immutabili, una formula magica per giungere all’estasi, uno stato che si esplicita, nei movimenti veloci di questa Suite en concert, in una danza frenetica.
foto  di Roberto Testi (2)
Gallois ci spiega con la musica e col corpo come partecipare al rito. Scandisce visibilmente il ritmo della sua invocazione sormontando le complesse poliritmie realizzate dai colleghi. Finita la composizione l’incanto svanisce in una nuvola di fumo, come suggerisce Gallois mentre fa “fluttuare” il suo flauto al di là della bocca per concludere l’esecuzione.

Primitivo per Jolivet è qualcosa di mistico e spirituale. Seppur delicato ed effimero è capace, se opportunamente evocato, di materializzarsi nel presente.

Più problematico è invece il rapporto di George Crumb con le origini perché impregnato di un’inconsolabile nostalgia. Primitiva è, per Crumb, la perfezione del mondo; (tristemente) attuale è la distruzione da parte dell’uomo di questa perfezione. La prospettiva con cui il compositore analizza questa tragedia è piuttosto originale: il suo compassionevole Idyll non è un appello a proteggere il pianeta (almeno non direttamente) ma a proteggere la nostra specie, ormai illegittima (misbegotten) in un ecosistema che sarebbe potuto rimanere sano e ancora perfetto senza il nostro intervento.

L’incipit di questa composizione sembra volersi innestare su una storica tradizione di brani ispirati al mito dell’origine del mondo: all’esplosione della grancassa, forse metafora del big bang, segue il silenzio in cui piccole particelle di suono si aggregano poco alla volta fino a che la materia giunge ad una forma. Un tema noto, quello di Syrinx di Debussy, si manifesta così nel corso della composizione alternandosi al suggestivo gioco sonoro messo in atto dalle percussioni, che fanno rimbalzare brevi incisi da un lato all’altro della scena.
foto  di Roberto Testi (5)
Gallois, assieme a tre degli allievi di Caggiano, tiene alta la tensione di questo mondo in divenire; impeccabili nell’esecuzione, i musicisti rendono pienamente onore all’idea di perfezione voluta da Crumb. «Flauto e tamburo sono, per me (forse per associazione con antiche musiche etniche), quegli strumenti che evocano con la massima potenza la voce della natura» scrive Crumb in un’introduzione alla sua opera. Elemento alieno a questa voce naturale è il riverbero creato dall’amplificatore posto in corrispondenza del flauto. Simbolo della corruzione di questa immagine idilliaca, è a lui tuttavia che Crumb affida il compito di raccogliere la richiesta d’aiuto del genere umano.

Poche parole sussurrate da Gallois all’interno del suo flauto si disperdono nel canneggio ma non sfuggono al microfono che le riconsegna alle nostre orecchie: «La luna cala. Ci sono tremanti/ uccelli e prati che appassiscono». Sono i versi del poeta cinese Ssu-K’ung Shu (VIII secolo) che profeticamente anticipano la sezione più drammatica del brano, in cui agli eleganti esperimenti melodici del flauto si sostituisce il ritmo incalzante dei tamburi e di ribattuti e frullati percussivi realizzati dal flauto stesso.

L’evocazione e la distruzione di questo primitivo stupendo apre le porte alla seconda parte del concerto, quella che ha unito all’improvvisazione di Patick Gallois e Antonio Caggiano l’action painting dell’artista Tiina Osara. Nata come critica ad una tendenza di “iper- progettazione” dell’arte, l’action painting mira ad esaltare la spontaneità dell’atto creativo. Nel caso dell’opera realizzata “in diretta” ieri sera dalla Osara si tratta di una spontaneità orientata ed ispirata dalle note dei due musicisti.

Sull’enorme tela bianca il pennello e le mani stesse dell’artista hanno impresso con colori forti melodie, timbri e ritmi musicali, trasformando ogni gesto della partitura immaginata dai due Maestri in un gesto fisico, quasi una danza. In un gioco di sguardi e reciproche ispirazioni, la contaminazione tra le diverse arti ha prodotto un’improvvisazione in trio, dove anche un quadro diventa strumento musicale, percosso e graffiato dalla sua artefice. Strati di colore creano paesaggi che si trasformano più volte sotto i nostri occhi, sembrano non giungere mai ad una realizzazione definitiva se non quando un’enorme ferita di tempera rossa divide la tela catalizzando la nostra attenzione.

Un finale tragico se si forza la mano nel cercare un trait d’union in ciò che il programma ci ha raccontato nel corso della serata; tuttavia è soltanto la fine del concerto, non ancora quella del nostro mondo.
foto  di Roberto Testi (3)
[Fotografie di Roberto Testi]