Giovanni Salviucci, ottant’anni dopo

di Elena Minetti
Il tempo di una (ri)scoperta di Giovanni Salviucci è cominciato, e l’Accademia Chigiana ne è stata l’apripista, dando il la a numerose iniziative musicali e musicologiche per ascoltare, studiare e far conoscere l’opera di un artista che nella sua breve esistenza – appena trent’anni – ci ha lasciato capolavori ancora sconosciuti. Dunque, a 110 anni dalla nascita e 80 dalla morte, l’omaggio della Chigiana ha voluto rappresentare un primo passo verso la riscoperta del compositore romano, supportando il progetto curato dal critico musicale Giordano Montecchi, con la direzione musicale di Pierpaolo Maurizzi e sostenuto dalla figlia Giovanna Marini, celebre “madre” del folk italiano.

Inoltre, la stagione breve e luminosa di Salviucci, autore di una produzione per forza di cose totalmente giovanile ma dalla maturità già definita, ha coinciso con gli albori dell’Accademia Musicale Chigiana, inaugurata nel 1932. Per questo, come ha sottolineato Stefano Jacoviello, responsabile per i progetti culturali in Chigiana, l’operazione voluta dal direttore artistico Nicola Sani permette all’Accademia sia di recuperare quella tradizionale tensione verso la scoperta di musica dimenticata che animava l’entourage del Conte Chigi, sia di ritrovare qualcosa che, a quei tempi, si era irrimediabilmente persa.

Questo e molti altri argomenti sono emersi prima dell’atteso concerto, durante il quarto appuntamento al Santa Maria della Scala con il ChigianaLounge intitolato Il genio ritrovato, in cui Giovanna Marini, Montecchi, Sani e Jacoviello hanno provato a disegnare per il pubblico un ritratto di Salviucci.

La figlia del compositore, musicista, cantautrice, ed etnomusicologa ha preferito adottare il cognome del marito «per non turbare l’immagine seria del padre», come aveva raccontato a Valerio Cappelli nell’articolo su La Lettura del 23 aprile 2017. Era appena nata quando il padre morì per una meningite. Il ricordo paterno quindi è passato tutto attraverso la musica. Ha spiegato al pubblico del Lounge che cominciò a scoprire e amare le composizioni del padre quando ascoltò per la prima volta l’Alcesti, diretta da Gianandrea Gavazzeni. Emozionata si ripeteva tra sé: «Vedi, questo è libero. È libero nella testa».

Salviucci ha infatti inseguito una propria idea di musica, senza appoggiarsi ad alcuna scuola costituita. La sua formazione non seguì vie canoniche: lo studio privato con Ernesto Boezi, maestro della Cappella Giulia, gli fornì un’ineccepibile conoscenza della polifonia vocale, portandolo però a trascurare altri ambiti come l’orchestrazione. Successivamente, lo studio con Respighi all’Accademia di Santa Cecilia per il diploma in composizione ampliò il suo orizzonte sonoro. L’ambiente cattolico in cui era cresciuto ebbe un’influenza su alcune pagine intrise di misticismo, in cui l’abile contrappunto severo si lascia andare verso volate liriche che spingono il suo stile fuori dal tempo. O perlomeno lontano dalle avanguardie musicali che in quegli anni stavano portando il linguaggio musicale verso lidi ben diversi.

Ascoltando le musiche di Salviucci si comprendono le anticipazioni, e si percepiscono le influenze che il suo insegnamento avrebbe avuto soprattutto nello sviluppo postumo del poema sinfonico, rifiorito in quegli anni Trenta fra i fotogrammi del cinema sonoro. Salviucci sarebbe forse stato riconosciuto come un caposcuola,  o avrebbe potuto calcare sentieri allora inesplorati. Ma – al di là del rammarico per un destino ingiusto – a noi resta solo il compito di curare e far vivere ciò che ha lasciato sulla carta. Il primo atto può essere dunque far eseguire in concerto in prima assoluta il Quartetto per archi in do, inedito e probabilmente mai suonato in pubblico, insieme ad altra musica intelligentemente selezionata da Montecchi e Maurizzi e realizzata con intensa partecipazione dai solisti Ivan Rabaglia e Enrico Bronzi, insieme al soprano Sabina von Walther.

Quanti hanno avuto il piacere di ascoltare il concerto di ieri sera, si sono immersi nel panorama musicale dell’Italia del primo Novecento. Oltre ai tre pezzi di Salviucci, sono stati eseguiti brani di Alfredo Casella, maestro del neoclassicismo italiano e primo direttore artistico della Stagione concertistica dell’Accademia. A incastonare i brani di Salviucci in un “florilegio Novecentesco” c’erano poi la Tartiniana seconda (1956) di Luigi Dallapiccola e l’energico Preludio, Aria e Finale (1933) di Goffredo Petrassi, il quale sosteneva che del trio di compositori quasi coetanei –  Dallapiccola, Petrassi e Salviucci – quest’ultimo era di gran lunga il migliore.

Hanno aperto il concerto le Tre Canzoni trecentesche (1923) di Alfredo Casella: l’apparente ingenuità popolare dei testi, il primo di Cino da Pistoia e gli altri di due di anonimi del Trecento volge lo sguardo a un passato arcaico, musicalmente richiamato con riferimenti alla modalità e all’uso della declamazione. Ma la volontà di indagare nuove tendenze salta all’orecchio anche dei meno esperti, e lo stornello diventa il pretesto per idee ben più ardite, nello stile del compositore torinese già quarantenne.

Il concerto è proseguito poi con i Sei pezzi per violino e pianoforte di Salviucci, dal sottotitolo Vortragsstücke, brevi e intime pagine di musica da camera. Il violino canta fin dal primo andante maestoso, Alle nozze, e le sue linee melodiche, piene di pathos, si librano sull’accompagnamento del pianoforte, discreta presenza, anche quando l’accenno ad un dialogo sembra conferire un ruolo più paritario ai due strumenti. Il brano centrale, un allegro Alla festa, è l’unico dall’andamento più mosso, seppur sempre caratterizzato da una composta eleganza.

La sacralità nell’idea compositiva di Salviucci trova un cameo nel Salmo LX, per soprano e pianoforte del 1933, con cui si è aperta la seconda parte del concerto. Ma lo stesso sentimento emerge anche nel Pensiero nostalgico per violoncello e pianoforte (1931), un adagio dallo slancio lirico sostenuto che dura il tempo di un respiro, lasciando gli ascoltatori con il fiato sospeso per la fine, quasi prematura.

Ma alla fine della serata le trame sonore dell’inedito Quartetto per archi in do (1932) lasciano sgomenti. Viene istintivo chiedersi come mai musica tanto bella abbia dovuto attendere 85 anni per essere eseguita. Il quartetto di prim’ordine composto da Rabaglia e Bronzi a cui si sono aggiunti il violino di Igor Cantarelli e la viola di Olga Arzilli ha reso chiaramente la perfetta costruzione contrappuntistica del pezzo che nell’ultimo movimento, un allegro vivace, dimostra una maturità compositiva difficilmente riscontrabile nei colleghi della stessa età.

 

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Un pubblico caloroso ha accolto questa musica preziosa e ci piace pensare che il Conte Chigi sarebbe stato orgoglioso di ospitare nel suo salone Giovanni Salviucci e il suo Quartetto, nato nello stesso anno dell’Accademia. Fedele d’Amico, in un suo articolo intitolato Salviucci, vent’anni dopo la sua scomparsa, dichiarava il suo entusiasmo nel poter ascoltare la musica dell’amico eseguita ancora nelle sale da concerto italiane. Oggi, possiamo dire di aver ricominciato a scoprirlo, all’inizio di un percorso che dopo gli appuntamenti chigiani prevede un convegno alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, un concerto all’Accademia di Santa Cecilia e la produzione di un disco per l’etichetta Naxos.