Go Bach to the Future!

di Maria Rossetti

The concert of Café Zimmermann and soprano Lenneke Ruiten couldn’t be more appropriate explanation. Few words but incisive to express a concept as complex as essential. It’s the Chigiana’s intent: to build the future on the solid past’s fundations.


Il lounge che ha preceduto il concerto di Café Zimmermann e della soprano Lenneke Ruiten di domenica sera non avrebbe potuto avere titolo più appropriato. Poche parole ma efficaci per esprimere un concetto tanto complesso quanto fondamentale. È l’intento della Chigiana: costruire il futuro sulle basi solide del passato, interrogare “domani” le opere di “ieri”, capire e vivere la contemporaneità nutrendosi di ciò che è stato e alimentando ciò che verrà.

E nessuno meglio di Johann Sebastian Bach avrebbe potuto farsi portavoce di questa “eternità”, intesa come vitalità continua e costante, come fuoco sempre divampante, avulso dallo scorrere del tempo. Ma quanto è barocco Bach? Questa la domanda posta da Stefano Jacoviello e Marco Maria Tosolini durante il lounge al Santa Maria della Scala.

Etichettato come passatista dagli intellettuali della sua epoca, la permanente validità estetica della sua musica fa di lui il compositore più classico di sempre. Bach è fuori dal tempo, ma è anche immerso fino al collo nella storia.

Café Zimmermann, ospite del festival chigiano 2016 per la prima assoluta italiana, fa luce su alcuni aspetti cruciali della musica bachiana e ci spinge a riconsiderare il nostro ascolto nel presente. Per dirla con Hans Georg Gadamer «l’essenza dello spirito storico non consiste nella restituzione del passato, ma nella mediazione, operata dal pensiero, con la vita presente». È ciò che questi artisti hanno realizzato, aprendo nuove finestre di interpretazione e lasciando al pubblico lo spazio di penetrare ancora una volta quel mondo sconfinato che è Johann Sebastian Bach.

Nella cornice di Sant’Agostino, la riproposizione delle musiche barocche lascia poco spazio all’esecuzione di repertorio: Café Zimmermann avvince gli ascoltatori, spingendoli a una fruizione attiva dei brani. Il loro è un lavoro di interpretazione condotto con cura filologica e attento all’attualità dell’ascolto. Ma come è possibile attualizzare rimanendo fedeli all’originale?

La rilettura è possibile grazie a un tocco brillante, impensabile rispetto al gusto di qualche decennio fa, una ricerca del repertorio al di là delle consuetudini e un programma che accosta i brani in modo inedito e spettacolare, lasciando nel pubblico un ricordo indelebile della serata. Un fascino latente accomuna il compositore tedesco al nostro presente. In lui ricerchiamo le nostre radici, riscopriamo l’Italia, viviamo l’istante assaggiando il passato. Café Zimmermann soddisfa quest’esigenza comune. Così, antichità e attualità coincidono.

L’ensemble apre la serata con il Concerto in re minore. Tutti gli occhi sono puntati sulla clavicembalista Céline Frisch. L’attacco dell’Allegro è netto, rapido, brillante. I contrasti dinamici repentini degli archi assicurano un’espressività italiana, ma la tastiera è tedesca, scattante, bachiana. Di solito il legame con l’Italia nel repertorio clavicembalistico si traduce in un convenzionale riferimento a Scarlatti. Invece, gli artisti francesi intraprendono la strada filologica, mettendo l’accento sulle dinamiche orchestrali da concerto grosso.

L’Adagio crea il senso della spazialità attraverso la suggestione dell’incedere di un passo lento che, nella costanza degli archi, conquista la lunghezza della navata.

L’Allegro conclusivo è solido: respiri misurati sottolineano le cadenze, sciolgono le tensioni seguendo le aspettative dell’ascolto, concedendo ogni volta un senso di appagamento fisico e spirituale.

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Guadagnato il centro della scena, Lenneke Ruiten sorprende il pubblico nella Cantata Jauchzet Gott in allen Landen. Emerge immediatamente tutta la vocalità tipicamente tedesca che dai fiamminghi giunge oggi fino a Rihm. È un canto senza tempo, ai limiti del parlato, che si rivela indispensabile nella dimensione luterana della Cantata. Con un’estensione vocale strabiliante, la Ruiten primeggia negli acuti, riuscendo espressiva anche nel prevalere delle sonorità più gravi. La scrittura vocale bachiana è ostica, difficile a trattarsi, ma la cantante eccelle nel recitativo commovendo gli ascoltatori.

Segue il Concerto per oboe d’amore e orchestra, in cui Emmanuel Laporte fa esplodere l’estrosità tipica di Café Zimmermann. L’Allegro iniziale conferma la propensione dei musicisti a un forte contrasto dinamico nella parte degli archi, come per dichiarare apertamente che la sonorità del passato non può che essere ricostruita sulla base della memoria e del sentire musicale odierno. Laporte rifiuta la dimensione monumentale e propone una musica da vivere, da partecipare.

Nel Larghetto il dialogo tra solista e orchestra lascia spazio al melodizzare morbido dell’oboe che si impianta sulle armonie secche dell’accompagnamento. L’intensificazione espressiva riempie l’atmosfera di pathos. L’ascolto ammalia, la sensualità dello strumento seduce il pubblico. Il movimento finale è un momento di frizzante vivacità che lascia spazio al virtuosismo del solista.

Nella Cantata conclusiva Ich habe genug, il flauto traverso di Karel Valter accoglie il pubblico in una dimensione eterea. La delicatezza del flautista avvicina l’ascoltatore al dialogo che lo strumento intrattiene con la cantante. Ancora una volta la Ruiten rende nel registro grave tutta la forza drammatica di un canto terreno e concreto. Questa cantata aiuta a comprendere la dimensione dell’autore: Bach è barocco perché perla rara, preziosa quanto riconoscibile a ogni ascolto, nonostante riscritture e trascrizioni.

Barocco, allora, non delimita un intervallo temporale ma descrive una caratterizzazione di ciò che è particolare. L’equilibrio di Bach, il suo controllo geometrico dell’organizzazione del materiale musicale gli permettono di essere un modello sempre valido, un paradigma adatto ad essere vissuto e rivissuto.

Un esempio di questa dimensione paradigmatica si può riscontrare nel riutilizzo del materiale compositivo del primo brano della Cantata che, attraversando i secoli, ha mantenuto intatto il suo senso di italianità. La stessa frase melodica che apre l’opera e che è già presente in un’aria della Passione secondo Matteo, la si ritrova nella Pulcinella Suite di Stravinskij, come rielaborazione di un brano di Pergolesi. Genesi o percezione non è dato saperlo: siamo indotti a cercare in Bach la nostra musica, forse ignari che già qualcuno prima di noi lo abbia fatto.

Al termine del concerto, un tripudio di applausi lunghissimi invita i musicisti a concedere un bis. Café Zimmermann e Lenneke Ruiten ripropongono l’Alleluja! finale della prima Cantata. Tromba e voce, in un mix attualissimo e altrettanto barocco, si rincorrono nell’entusiasmo degli spettatori.

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