Musica come nessun’altra sulla terra

In C Siena 2017

di Silvia D’Anzelmo

Last night, the music of Terry Riley allowed the audience to enjoy the flow of time, feeling it as a gradual process. A mystical experience in the charming church of Sant’Agostino


Musica come nessun’altra sulla terra” questo il commento a caldo del critico Alfred Frankenstein dopo aver assistito alla prima esecuzione di In C di Terry Riley. Non si sbagliava: la musica di Riley stimola percezioni sensoriali profonde, è legata a doppio filo con l’interiorità. Permette di fermarsi e assaporare lo scorrere del tempo, trasformando quest’ultimo in un processo fluido che si concretizza davanti alle nostre orecchie. È proprio questo che è successo ai tanti ascoltatori che hanno assistito al concerto del #ChigianaFest di ieri sera.

Lo scenario è quello della Chiesa di Sant’Agostino, con le sue volte arricchite da drappi; nulla di meglio per predisporre l’ascoltatore a questa musica, per lasciare fuori il tempo della quotidianità e accogliere il tempo interiore, intimo. La musica di Riley è legata alle soggettività e la versione di In C eseguita ieri sera lo è stata particolarmente. Si tratta di una delle ultime approntate dal musicista, proiettata verso l’interplay, il dialogo e la relazione tra le persone. Scelta ottimale per il progetto di connessione tra la Chigiana e il Siena Jazz, tra la sperimentazione minimalista e l’improvvisazione jazzistica.

Come ha ben ricordato Franco Caroni – presidente del Siena Jazz Academy – la magia di In C si crea nel momento, è un’ opera che si costruisce in base alla sensibilità dei musicisti. Ogni esecuzione è differente non solo nell’interpretazione ma anche nella forma. Riley affida ai performer la scelta dell’ordine delle formule, in base alla propria percezione. Questo accomodamento richiede molto tempo, familiarità tra i musicisti che devono sintonizzarsi tra loro in maniera perfetta, trovare il giusto equilibrio. Ed è stato Antonio Caggiano a prendere su di sé l’onere di guidare dal podio questo processo collettivo, con una direzione sobria fondata su un dialogo vivo ed energico con i membri di questo ensemble multiforme.

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Davanti l’altare maggiore si affollano strumenti e musicisti, così tanti che Caggiano fa difficoltà ad arrivare sul podio. La scelta di un organico così variegato amplifica, come un immenso caleidoscopio, l’esplorazione sonora della tonalità di Do. L’impulso parte dalle percussioni: marimbe, vibrafoni, crotali, xilofono e glockenspiel lanciano il pattern ritmico, la costante dal quale tutto ha inizio. Un processo che prende avvio con stratificazioni timbriche dovute all’entrata progressiva dei tanti strumenti presenti: archi, fiati, voci e chitarra elettrica si aggiungono alle percussioni.

Caggiano fa cenno con le dita ai musicisti, indica alle varie sezioni il frammento da eseguire. Oramai tutti gli strumenti sono in gioco e danzano furiosamente in un equilibrio quasi rituale. È a questo punto che comincia lo sfasamento, le cellule ritmiche iniziano a slittare mentre il direttore gestisce l’intensità delle onde sonore. A turno, i solisti prendono il loro spazio, sostenuti dalla propria sezione strumentale: un suono complesso, denso viene costruito grazie all’intesa con il direttore. Tutti gli esecutori sono protesi verso di lui, la concentrazione aumenta quasi si procedesse verso la trance. Un ritmo elastico, fluttuante prende vita dal rullio delle percussioni. Le braccia dei musicisti passano da movimenti leggeri fino a una gestualità ampia, necessaria a seguire le variazioni nell’intensità di suono e nella fitta trama dei pattern.

Un’ alternanza tra vuoti e pieni permette di focalizzare l’attenzione sui ritmi, i timbri e le intensità guidando l’ascoltatore in questo bellissimo frastuono.

Questa musica non può essere ignorata né ascoltata con superficialità, attira l’ascoltatore portandolo in una dimensione percettiva profonda e intensa. Una realtà non semplicemente interiore ma corporea: durante il concerto, gli ascoltatori erano costantemente protesi verso il palco. Molti di loro cominciano a cambiare posto, a spostarsi verso la parte anteriore della navata centrale occupando ogni spazio possibile, rimanendo anche in piedi. È come se volessero fondersi con gli esecutori, partecipare a quel suono che continua la sua variazione incessante, che si crea costantemente nell’evoluzione. Un coinvolgimento che ben riassume gli effetti cercati e trovati da Riley nella musica: non semplice sperimentazione ma comunicazione, connessione tra gli esseri umani. Il concerto di ieri sera ha centrato in pieno l’obiettivo.

20507745_1662330347125035_3955822260154982846_o [La foto di copertina è di Roberto Testi mentre le foto che accompagnano il post sono di Chiara Cesaro e sono state scattate durante le prove del concerto].