Krakauer, Cohen, Tordini, Gatto, Caggiano: magie klezmer e free jazz sotto le stelle

di Valentina Crosetto

Thanks to the cooperation between Chigiana Academy and Siena Jazz University, the Chigiana Mix concert compared different generations and experiences in a extraordinary quintet that excited the square from somber and contemplative free jazz to frantic klezmer against the backdrop of Santa Maria in Provenzano.


Fra i contributi più originali e sovversivi delle sue cronache di pubblicista al soldo degli americani, il Reportage sulla vita musicale americana (1929) di Alfredo Casella si distingue per l’ammirazione assoluta del compositore torinese verso la ricchezza ritmica e strumentale del modernissimo jazz d’oltreoceano. Una «creazione negra sviluppata e condotta a perfezione da un’altra razza parimenti esule e senza patria: la israelita», divenuta simbolo della riscossa dei popoli oppressi dai totalitarismi europei, anche se giudicata «esotica e inammissibile» dall’orecchio europeo.

A nessun musicista di vecchio stampo sarebbe mai venuto in mente di creare una tromba agilissima, dai continui glissandi, che canti come un violoncello; oppure di fare del clarinetto una comare pettegola e isterica; o ancora, di sopprimere al pianoforte ogni velleità espressiva e di limitarne l’uso a quello di uno strumento percussore e totalmente anti-lirico. Il jazz delle origini permetteva tutto questo perché nasceva come musica povera, importata dagli schiavi neri e dagli immigrati del vecchio mondo. Si comportava alla maniera di un cane che sbarchi dalla stiva di una nave, si guardi attorno, fiuti l’aria e cominci a ingerire un po’ tutto quello che trovi sul suo cammino. Musica di gente affamata, disposta a barattare le proprie radici – a rinnegarle se necessario – in cambio dell’integrazione, insomma. Ma anche musica capace di selezionare la propria tradizione e di “cannibalizzarla”.

Prendiamo il caso dei tanti ebrei del jazz anni Venti: questa gente, in gran parte proveniente dall’Europa dell’Est e dai Balcani, si portava dietro il codice secolare dell’antico klezmer strumentale, strimpellato per le strade dai klezmorim itineranti in occasione di matrimoni, nascite, e altre feste comandate, non solo le proprie. Per scelta o costrizione, a contatto col vitalismo del sincopato afroamericano, i musicisti klezmer (da George Gershwin a Benny Goodman) sradicarono il loro repertorio strettamente intrecciato al ritmo della vita in comunità per innestarlo nel nuovo jazz, recandovi un riflesso di quella passione, di quell’intensità religiosa, di quell’impronta rituale, che sono caratteristiche del genio ebraico.

Del resto, se è vero che la musica lavora sempre per avvicinare, non è così azzardato paragonare il jazz a quella vertiginosa miscela di sangue e di razze che sono gli Stati Uniti. Crocevia di folclori, merce di scambio fra tradizioni di latitudini diverse, calderone creativo sempre teso alla ricerca di una voce personale e al superamento delle barriere: il jazz “made in USA” fu subito il terreno stilistico, sociologico, geografico su cui misurare l’opportunità di conoscenza reciproca, l’armonia di popoli ugualmente perseguitati.

13662078_1120487681330602_8177792085544810376_oNonostante l’oblio indotto dalle omologazioni del revival, negli anni Novanta il patrimonio klezmer tornò a rivivere nel bagaglio degli avanguardisti della Radical Jewish Music guidata da John Zorn. Che il nuovo klezmer, anche se riconfigurato concettualmente (non più imitazione da cartolina, ma reinvenzione aperta ai più disparati linguaggi), continui a prestarsi all’ibridazione con risultati ammirevoli lo ha dimostrato lo straordinario incontro fra musicisti di fama mondiale radunati sotto le stelle di Piazza Provenzano lo scorso 3 agosto.

Grazie alla collaborazione fra l’Accademia Chigiana e Siena Jazz, l’evento del Chigiana Mix ha messo a confronto generazioni ed esperienze differenti in un quintetto delle meraviglie che ha arroventato la piazza a suon di poliritmie ora forsennate ora crepuscolari sullo sfondo della candida facciata di Santa Maria in Provenzano. L’asso newyorkese del clarinetto klezmer David Krakauer e il talentuoso trombettista israeliano Avishai Cohen hanno infilato da veri mattatori otto pezzi in successione, estratti da raccolte proprie e dei colleghi Chris Tordini al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria. Mentre il percussionista Antonio Caggiano ha ricamato tutta l’esecuzione con le sonorità sospese del vibrafono creando effetti timbrici eterei e quasi esotici.

L’interplay strumentale, pressoché perfetto, si è giocato tutto sulla linea di confine tra improvvisazione e virtuosismo accademico, tra dialogo e competizione, tra scrittura e interpretazione, e si è servito del klezmer e del jazz come basi d’incanto per raggiungere il pubblico su un tappeto sonoro in grado di valicare qualunque frontiera musicale. L’assenza di strumenti armonici come il pianoforte e la chitarra elettrica ha permesso ai solisti di esprimersi con maggiore libertà, ma la grande attenzione all’ascolto reciproco ha garantito una convergenza costante dei percorsi individuali.

L’attacco orientaleggiante di Klezmer à la Bechet, omaggio di Krakauer al clarinettista creolo Sidney Bechet, ha concesso all’interprete di divertirsi nel fraseggio frenetico e ipnotico, nei vibrati e nei glissandi ampi e distintivi del suo modo di suonare, nelle improvvisazioni ben concepite e legate alla melodia del tema principale. Una rincorsa vorticosa tra clarinetto e tromba frenata soltanto dall’interrogazione curiosa dei due strumenti in Where’s Al? di Tordini, prima di trascolorare nello swing scanzonato di Ferera Napoly, affidato alle volute controllate della tromba di Cohen, variata dagli accenti caldi del vibrafono di Caggiano.

Dedicata all’amico trombettista Marco Tamburini, scomparso tragicamente nel 2015, Life & Death di Cohen ha riprodotto invece abbozzi intimi, rigorosi, che prediligono la scrittura, in cui la tromba è intervenuta con un lirismo e una pulizia geometrica rara, ed una particolare capacità di tessere piccoli abbozzi, pennellate docili eppure risolute. La stessa leggerezza ha caratterizzato l’arrangiamento della cageana Dream, costruita sulle sperimentazioni di una singola linea melodica specialmente per vibrafono e contrabbasso (qui con l’arco e non in pizzicato).

Se Cohen ha suonato con un certo impeto, quasi sempre a campana aperta, alternando all’eloquio
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tagliente interventi più distesi e meditabondi, Krakauer ha sfoggiato una potenza inaudita ai limiti dell’ultrasuono negli interminabili assoli in respirazione circolare di Gone, Not Forgotten (Tordini) e Krakowsky Boulevard (Krakauer).

Laddove le pulsazioni costanti del contrabbasso di Tordini hanno assicurato un sostegno ritmico fisso, Gatto ha predisposto il suo drumming all’ascolto comune, tirando fuori dal cilindro il miglior batterismo, scatenato ed empatico quando il flusso compositivo lo richiedeva (The Noisemaker), raffinato e intimista quando a chiamare era la ballad.

Da artisti di prim’ordine come Krakauer e soci non ci si sarebbe potuti aspettare di meno. Talvolta può accadere che la predisposizione istintiva a concepire il jazz come una competizione, dove ogni strumento tende a imporre la propria sonorità, renda più ardua la comunicazione fra gli interpreti. In questo caso, invece, il concerto ha soddisfatto pienamente le aspettative e raddoppiato la qualità di un mix già esplosivo con l’introduzione del quintetto di studenti selezionati dalla Siena Jazz University (Tommaso Iacoviello alla tromba, Vittorio Cuculo al sax alto, Danilo Tarso al pianoforte, Marco Benedetti al contrabbasso, Enrico Morello alla batteria), guidati dal sassofono del maestro Maurizio Giammarco, in un repertorio che dondolava fra standard e inediti free jazz. Tanto per i fuoriclasse internazionali quanto per le giovani promesse nostrane, sono bastati pochi cenni del capo e qualche semplice occhiata per disegnare trame sonore memorabili sotto la volta stellata di una notte d’estate.

[Foto di Roberto Testi]