La passione per le canne. Guido Chigi e la musica organistica

Giovedì 12 Maggio 2016 ore 21
Basilica dei Servi

con
Cesare Mancini – Organo
Francesca Duranti – Danza

«Il suo grande interessamento per l’Organo dimostra una tale anima d’Artista e di Mecenate in lei che mi commuove e mi esalta. Ella, illustre Sig. Conte, mi ha appassionato tanto alla sua visione d’Arte che ormai sento di trattare la pratica come cosa mia: l’accerto quindi che farò quanto sta in me per cooperare alla magnifica realizzazione del Suo sogno!»

Marco Enrico Bossi (1)

Probabilmente Guido Chigi Saracini decise di rendere Palazzo Chigi Saracini un vero santuario per la Musica quasi fin dal momento in cui ne entrò in possesso. Già durante il servizio volontario nella Grande Guerra, toccato dai suoni dell’organo e del violino durante la Messa del Soldato a Udine il 21 maggio del 1916, Guido Chigi consegnava il sogno alle pagine del suo diario: «Oh la Musica!… Ho pensato al mio bel Salone, tempio di tale amatissima mia Dea e l’ho veduto compiuto e l’ho veduto ufficiato e ne ho avuto gioia e ne ho provato orgoglio! Amen!»
Per ufficiare tali riti con la dovuta solennità, lo strumento adeguato non poteva che essere un organo. Ma doveva essere il più magnificente che si potesse ascoltare in Italia, collocato nel cuore del Palazzo: così, fra gli stucchi in stile settecentesco del salone progettato e realizzato appositamente da Arturo Viligiardi, il primo suono udito sarebbe stato quello antico e misterioso delle canne.

Come in ciascuna delle sue imprese, anche questa volta il Conte seppe scegliersi un fedele consigliere, Marco Enrico Bossi, la cui frequentazione si trasformò rapidamente in sincera amicizia. Nato a Salò nel 1861, direttore del Liceo musicale di Santa Cecilia a Roma, Bossi era considerato fra i più grandi esponenti dell’arte organistica italiana, ancora profondamente legata alla funzione liturgica. Non si sa con precisione se sia stato lui l’originario ideatore del progetto dell’organo che ancora oggi si affaccia dalla balaustra del Salone. Di sicuro ne seguì dal principio la costruzione ad opera dei fratelli piemontesi Carlo e Francesco Vegezzi-Bossi.

Dal carteggio intercorso con il Conte e con Piero Baglioni si capisce che nell’estate del 1918 i lavori erano già cominciati a Centallo, vicino Cuneo, sede della fabbrica degli organari.
Inteso perfettamente l’ideale artistico di Guido Chigi, Bossi decide di guidare gli organari in modo che le più recenti tendenze costruttive siano temperate dal mantenimento equilibrato di alcuni aspetti tipici della tradizione classica e tardo-ottocentesca: una maggiore qualità delle canne, con l’aumento della percentuale di stagno fino all’85%; registri chiari e brillanti, evitando le sonorità più scure al grave. In sede di progetto, Carlo Vegezzi-Bossi propone suoni d’ancia di sapore romantico come le “Voci Corali” o il “Concerto di Viole”, capaci di sfumare in lontananza. Il fratello Francesco, che rimarrà consulente di fiducia del Conte per molti anni ancora, da parte sua, per l’organo di Palazzo Chigi Saracini congegna ritrovati originali come il registro “Arpa” e ipotizza l’impiego di tante altre innovazioni tecniche, alcune provenienti anche dall’estero.
Se le originali proposte timbriche vengono accolte immediatamente da Bossi, maggiori saranno le critiche di quest’ultimo per il funzionamento dell’apparato tecnico e per la sonorità dovuta alla collocazione delle canne.

Costruire un organo così grande è un affare che può durare decenni, e le spese possono lievitare fino a “far mettere le mani nei capelli”. Dopo molti rallentamenti e battibecchi epistolari, lo strumento viene inaugurato il 22 novembre 1923, data che segna l’inizio del primo grande rituale chigiano: la stagione di concerti “Micat in Vertice”. Si tratta proprio di una «Consacrazione della Sala Chigi Saracini alla musica», e per l’occasione a Bossi viene commissionata la composizione di una Cantata a Siena, per baritono, coro femminile, orchestra e organo. Guido Chigi insiste perché nel programma, accanto a Frescobaldi, Schumann e Vivaldi, ci sia anche qualcosa di quell’Azzolino della Ciaja (1671-1755) cui aveva dedicato le sue ricerche. Si replica il 24 e il 25 con programmi differenti, che lasciano molto spazio ai maestri italiani e tedeschi operanti fra Sei e Settecento, senza dimenticare César Franck e altre composizioni e trascrizioni dello stesso Bossi.
Lo stile nella scelta dei brani mostra immediatamente la volontà del Conte di bilanciare nella sua offerta artistica intellettualismo e aperta promozione della cultura musicale. Il padrone di casa non transige però sul rispetto che il pubblico deve tenere nei confronti dell’esecuzione: una sorta di devozione religiosa, adeguata – appunto – a un tempio. Per questo nei programmi di sala di quegli anni si ritrovano bizzarre indicazioni come: «Si pregano le Signore di intervenire senza cappello; È proibito entrare e uscire dalla Sala durante l’esecuzione dei pezzi e introdurvi ombrelli e bastoni; Si prega di non uscire in presenza degli esecutori – È vietata l’occupazione dei posti mediante soprabiti od altri oggetti»(2) .

La Cantata di Bossi, dal tono ovviamente celebrativo, terminava con la trionfale esaltazione del motto Micat in Vertice. Il maestro si era voluto ispirare al «rifiorimento delle belle arti in Siena per virtù e la munificenza del nostro illustre ed impareggiabile amico»(3) . In realtà, qualche anno prima, Siena era stata proprio uno dei centri propulsori del recupero del gotico alla luce dell’eclettismo liberty, e Palazzo Chigi Saracini era esattamente il luogo dove la sinuosità di quelle linee moderne faceva direttamente i conti con le vestigia del glorioso medioevo ghibellino. Lo stesso gotico rimodernato, e in più pervaso di orientalismi misteriosi, doveva caratterizzare le “danze mistiche” di Charlotte Bara, pantomime ispirate alle agiografie e alle pitture del primo Rinascimento, intrise di arcaico senso religioso che avrebbe naturalmente consolidato lo spirito dei rituali chigiani.

Infatti, il 29 maggio del 1924 nel Salone di Palazzo Chigi Saracini i passi della Bara incontrano l’organo di Marco Enrico Bossi. I due si esibiscono in alcune “figurazioni mimiche sacre”. Preparando la serata, la Bara scrive a Piero Baglioni:

«Per ciò che riguarda il programma: al momento sto lavorando su una “Ronde en l’honneur de Ste Catherine de Sienne”. Se questa danza riesce come spero, potrebbe allora sostituire una delle due danze (egizie), mentre l’altra preferirei danzarla senza musica. Se tuttavia il Conte preferisce che il programma resti interamente nello stile del Medioevo, potrei danzare ancora una danza “L’ange indigné”, musica di César Franck»(4).

La danzatrice belga non si cura però delle esigenze di Bossi, e non gli invia le musiche da eseguire. Ultimamente si era esibita su composizioni di Chopin, Grieg e Granados, ma per lei la musica, fondamento e non pretesto della danza, deve giungere a esprimersi nel virtuosismo dell’improvvisazione.
La sera del concerto, aperta da una trascrizione organistica di Bossi dell’Incantesimo del Venerdì Santo dal Parsifal di Richard Wagner, le danze della Bara vengono sostenute dalle musiche di Johann Sebastian e Wilhelm Friedemann Bach, di Domenico Scarlatti e di Franck.
L’evento riscuote un tale successo che viene replicato il 1 giugno, quando la Bara esegue finalmente le sue danze egizie senza musica, Bossi prepara per lei trascrizioni da Chopin, mentre le musiche di Franck, Bach e Scarlatti prendono titoli fantasiosi.

Bossi, che sulle prime aveva titubato, viene letteralmente affascinato dall’arte della Bara, tanto da prometterle che una volta arrivato negli Stati Uniti, dove era stato appena scritturato per una tournée, avrebbe proposto quelle performance a tutti i teatri e le sale da concerto. Purtroppo non ci fu il tempo: Bossi muore il 20 febbraio del 1925 sul piroscafo che lo riportava in Europa, e Charlotte Bara lo ricorderà con affetto per molti anni.
Molto più solennemente lo ricorderà Guido Chigi Saracini che, come per sublimare la perdita di Bossi, darà all’organo il posto centrale nel quadro delle sue istituzioni: basta osservare i cartelloni delle stagioni concertistiche per rendersi conto «che ogni stagione è un ciclo, che ogni ciclo è come un rito nel quale il Salone dei concerti è veramente il suo Sancta-Sanctorum, e che l’inizio di ogni rito è come battezzato dalle note dell’organo»(5). Fino al 1935 la Micat in Vertice sarà inaugurata da un concerto d’organo.

Nel 1929 arriverà a Siena Fernando Germani, l’unico in grado di prendere un posto accanto a Bossi nel cuore del Conte. Sarà lui il primo docente dell’Accademia Musicale Chigiana, che nasce nel 1932 con un corso di perfezionamento in organo, il primo e per anni l’unico in Italia. Per molto tempo anche i saggi degli studenti saranno aperti da un pezzo d’organo.

Oggi, a cinquant’anni dalla scomparsa di Guido Chigi Saracini, con Cesare Mancini e Francesca Duranti celebriamo quelle danze mistiche di Bossi e della Bara prodotte dall’intuito artistico del Conte. Alla luce della sensibilità attuale verranno eseguite e coreografate alcune delle musiche in programma quel 24 maggio del 1924, questa volta però nella cornice della Basilica dei Servi. In quel luogo quest’estate, in onore del Conte verrà ri-istituito il corso di perfezionamento in organo dell’Accademia Musicale Chigiana.
Lo strumento del Salone, dopo l’ultimo intervento di restauro terminato nel 1990, ha cominciato a manifestare gli stessi inconvenienti denunciati ormai quasi cento anni fa dai personaggi di cui vi abbiamo raccontato. Dritte sulla balaustra, si possono ammirare le 74 canne mute disegnate da Viligiardi e disposte in fila come un recinto a coprire il corpo dello strumento, e a custodire un suono che, per ora, giace nella memoria.

Stefano Jacoviello

Note
(1) Lettera di Marco Enrico Bossi al conte Guido Chigi Saracini, Camerlata (Como) 9 agosto 1918, cit. in Cesare Mancini, Marco Enrico Bossi e l’organo del Salone dei concerti di Palazzo Chigi Saracini a Siena, in «Informazione Organistica», XIII, n. 2 (2001), pp. 14-26; XIII, n. 3 (2001), pp. 16-37; n.s., n. 1, XIV, n. 1 (2002), pp. 57-80; n.s., n. 2, XIV, n. 2 (2002), pp. 153-165.
(2) Cit. in Cesare Mancini, Marco Enrico Bossi e l’organo del Salone dei concerti di Palazzo Chigi Saracini a Siena, op. cit.
(3) Lettera di M.E. Bossi a Piero Baglioni del 7 maggio 1921, cit. in Cesare Mancini, Marco Enrico Bossi e l’organo del Salone dei concerti di Palazzo Chigi Saracini a Siena, op. cit.
(4) Lettera di C. Bara a Piero Baglioni del 14 aprile 1924, cit in Cesare Mancini, Marco Enrico Bossi e l’organo del Salone dei concerti di Palazzo Chigi Saracini a Siena, op. cit.
(5) Cesare Mancini, Marco Enrico Bossi e l’organo del Salone dei concerti di Palazzo Chigi Saracini a Siena, op. cit.

Didascalie immagini
L’organo del Salone dei concerti di Palazzo Chigi Saracini;
Guido Chigi Saracini, Coreografia – Sig.na Anna Maria Croci, Biblioteca dell’Accademia Musicale Chigiana
Charlotte Bara

Programma delle musiche

Johann Sebastian Bach (1685-1750)
Dalla Cantata Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit BWV 106
(Il tempo di Dio è il tempo migliore)
Sonatina

Fryderick Chopin (1810-1849)
Preludio in la min. op. 28 n. 2
(trascriz. Cesare Mancini)

Johann Sebastian Bach (1685-1750)
Dalla Cantata Mer hahn en neue Oberkeet BWV 212
(Abbiamo un nuovo governatore)
Introduzione

Azzolino Bernardino Della Ciaja (1671-1755)
Ricercare I

Cum Sancto Spiritu

Johann Sebastian Bach (1685-1750)
Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ BWV 639
(Io t’invoco, Signore Gesù Cristo)

César Franck (1822-1890)
da L’Organiste
Sortie in fa magg.

Max Reger (1873-1916)
Lobe den Herren op. 67 n. 24
(Loda il Signore)