Il suono delle stelle. Aspettando “Le noir de l’étoile” di Grisey

di Laura Mazzagufo 


Era il 1967 quando Jocelyn Bell, dottoranda all’Università di Cambridge, con l’orecchio al radiotelescopio per captare i rumori del cielo, trovò un segnale che pulsava regolarmente, circa una volta al secondo. Non ancora sicuri della sua provenienza, ma convinti che fosse troppo regolare per essere naturale, Jocelyn e il suo relatore Anthony Hewish chiamarono questo segnale LGM, acronimo di “Little Green Men”: l’eco sulla stampa, al pensiero che una traccia della presenza aliena fosse stata finalmente trovata, fu enorme.

Diciotto anni dopo, nel 1985, Gérard Grisey incontra a Berkeley l’astronomo e cosmogonista Jo Silk. Racconterà poi, in una successiva intervista, che in quella occasione ascoltò per la prima volta una pulsazione del tipo scoperto da Jocelyn Bell e che ne fu immediatamente sedotto.

Quella ascoltata dalla giovane astrofisica e poi da Grisey era, per la precisione, la voce di una pulsar, una stella di neutroni compressa in una massa molto piccola che emette periodicamente brevi impulsi di radioonde. Come tutte le stelle conosciute, ha un nome: Vela. E ha una voce, che Grisey identifica nelle sue frequenze basse, ricche di variazioni in ampiezza e timbro forgiate dalla forza gravitazionale e da eventi interstellari che ne deviano il percorso dal loro punto di partenza al punto di arrivo.

Un materiale sonoro unico, incredibilmente particolare: come utilizzarlo? Il compositore vi ragiona a lungo e la risposta arriva lentamente, sospinta da quella sensibilità per la qualità del suono ereditata da dal suo maestro, Messiaen, durante gli anni di studio al Conservatorio di Parigi. Ma anche dalla lunga esperienza nell’esplorazione delle proprietà acustiche del suono e della natura della percezione umana, condotta durante le sperimentazioni degli anni Settanta. E infine la risposta arriva anche da quella svolta, databile proprio attorno al 1985, verso una nuova fase di apertura a elementi di imprevedibilità e aleatorietà, fermo restando il suo precetto: «la musica è fatta di suoni, non di note».

Da queste premesse nasce Le noir de l’étoile: composizione del 1989-1990 in cui il suono grave, percussivo, regolare della pulsar è integrato con quello di sei percussioni, in prevalenza strumenti non intonati in pelle e metallo, scelti da Grisey per «le loro caratteristiche primordiali e implacabili». In questo senso, genetico, Le noir è musica delle stelle. In realtà, come spiega l’astrofisico Jean-Pierre Luminet nella nota introduttiva che viene declamata prima dell’esecuzione, «il termine “suono della pulsar” è naturalmente metaforico» perché le onde acustiche non si propagano nello spazio interstellare, semivuoto; sono le onde elettromagnetiche a generare quella pulsazione, traducibile in suoni.

«Il canto del cielo – continua Luminet – è un canto fatto di luce. Gli astronomi hanno orecchie giganti per ascoltare il cielo e registrare il suo grido. […] È come se avessimo la possibilità di ascoltare ogni suono in ogni angolo del mondo: un ramo che si spezza in un foresta della Siberia, un rubinetto che perde in un appartamento di San Francisco o una zagaglia che fischia in una valle della Nuova Guinea».

Nell’opera di Grisey l’interazione tra il suono di Vela, le percussioni e il nastro magnetico si concretizza in un grande affresco sonoro, in cui si realizzano in musica i concetti di rotazione, periodicità, di rilassamento e di accelerazione, tipici degli spazi siderali.

Il fulcro della partitura è il gioco di pieni e di vuoti che le percussioni realizzano sovrapponendo pattern ritmici diversi, stratificando differenti figurazioni. In questo affresco sonoro lo spazio non è solo quello interstellare, ma è anche e soprattutto quello dell’ascoltatore, posto tra i percussionisti al centro dello palcoscenico e non ai margini, quasi protagonista di un rito, di un rituale religioso. Ed è, soprattutto, lo spazio interiore, quello che abita la mente e che interagisce con le funzioni vitali del corpo: il respiro, il ritmo del cuore, il battito delle palpebre. È a questo spazio che Grisey intende parlare, al di là della comprensione razionale dei fenomeni acustici – estremamente complessi – che gravitano sopra e intorno all’ascoltatore.

Stasera ne faremo esperienza per #SpaceinSound, insieme alla classe di percussioni di Antonio Caggiano e a Francesco Giomi per la parte di live electronics: un’esperienza importante per chiunque voglia sperimentare la musica senza pregiudizi, ma anche senza necessariamente competenze particolari. Perché, come avverte Jean-Pierre Luminet, «l’universo non è necessariamente accogliente, né tantomeno lo è la musica d’oggi. Ma è il nostro universo, è la nostra musica».

Appuntamento alle 19.00, presso il Santa Maria della Scala, con il Chigiana Lounge “Suoni per tornar a rimirar oltre stelle” con Nicola Sani e Massimo Acanfora Torrefranca. Alle 21 il concerto Le noir de l’étoile si terrà presso la Chiesa di Sant’Agostino.
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