Spazio nel Suono. Ultima frontiera

Le Noir de l’Etoile di Gerard Grisey ci proietta nel cuore pulsante delle stelle.

di Andrea Pistorio

We are such stuff as stars are made on. Gerard Grisey’s masterpice Le Noir de l’Etoile brought us back to an ancient beat, before Earth’s birth, among suns and black holes.


Molte storie antiche raccontano l’origine del mondo a partire dalla musica e, in particolar modo, dal ritmo dei tamburi. Quando gli dei vagavano ancora sulla terra essi cantavano e suonavano il tamburo, lampeggiavano e tuonavano, per creare tutte le cose con una danza di guerra. Il dio creatore-australiano formò la solida terra battendo con una canna sul mare. Il dio padre degli Uitoto, una popolazione indigena dell’Amazzonia, creò le prime acque battendo su di un tamburo ricavato da un tronco cavo, strumento col quale venne poi identificato. E molti ancora si potrebbero citare.

Questi miti sono possenti e rappresentano la testimonianza dell’importanza del ritmo nella cultura umana, indipendentemente dal luogo, o dal tempo, in cui questa si è sviluppata.

A questo genere di racconti appartiene Le Noir de l’Etoile (1982) di Gerard Grisey. Una storia che inizia con una serie di battiti sordi scanditi dal timpano, un tempo grave e sommesso che si spande ampio lungo tutta la Chiesa di Sant’Agostino. Chiudiamo gli occhi per farci attraversare dalla pulsazione e subito una veloce scarica ci riporta alla realtà, stiamo ammirando il suono di una stella morente. Non si tratta quindi di un suono che origina il mondo, bensì dell’agonia di una stella lontana e ormai collassata su se stessa.

Battito dopo battito le pulsazioni si stratificano, un’alternanza di pieno e vuoto, di inspirazione ed espirazione, che porta alla riproduzione delle frequenze emesse dalla pulsar denominata Vela dall’astrofisica Jocelyn Bell. Quest’ultima sembra riprendere le sonorità della una batteria elettronica, un suono frenetico e rapidissimo che ricorda la musica tecno, a cui fa da contraltare il suono della stella 3251, molto lento e delicato.

Intendiamoci, i suoni che abbiamo ascoltato non erano sconosciuti alle nostre orecchie. I sei percussionisti dell’Ensemble Chigiano hanno utilizzato strumenti acustici perfettamente inseriti all’interno della tradizione europea: timpani, tamburi, percussioni e alcuni gong ribattuti. Ciò che l’ha resa un’esperienza sensorialmente nuova è l’organizzazione dello spazio d’ascolto, totalmente ridefinito per l’occasione.

Sei set di percussioni disposti lungo la navata circondano un pubblico seduto in cerchio intorno al centro della chiesa. Uno spazio vuoto, come vuoto è il cosmo da cui provengono i suoni delle stelle che ci circondano e di cui le frequenze della pulsar non rappresentano che un sommesso brusio a malapena percepibile dai nostri più sofisticati strumenti d’osservazione.

13698196_1118948864817817_1898644872802757639_o

Queste frequenze sono udibili solo grazie alle percussioni di Irene Bianco, Simone Buttà, Giulio Cintoni, Fabio Macchia, Eugenioprimo Saragoni e Jamil Zidan. Gli allievi dell’Accademia Chigiana, sotto la sapiente guida di Antonio Caggiano, hanno dato prova di saper affrontare egregiamente uno dei brani più impegnativi e lunghi dell’intero Novecento musicale.

Come già detto, la spazialità di questo concerto è molto diversa dalla solita disposizione frontale del teatro o della sala da concerto. Ma non dobbiamo pensare che sia cosa nuova nella storia della musica. Basti citare un compositore come Thomas Tallis (1505 – 1585) che scrisse nel 1570 il mottetto Spem in alium per otto cori di cinque voci, in cui ogni gruppo è disposto nello spazio intorno al pubblico. Questa disposizione crea un incredibile impatto perché l’ascoltatore viene avvolto da voci che cantano a parti reali, indipendenti ed autonome proprio come sono indipendenti le percussioni in Grisey.

Gerard Grisey ha sempre dimostrato una grande sensibiltà per lo spazio e le sue relazioni col suono. Un buon punto d’avvio per comprendere il modo con cui quest’ultimo ha trattato queste relazioni nella propria musica è Tempus ex machina del 1979, una composizione di poco precedente a Le Noir de l’Etoile che dimostra la coerenza del percorso artistico del compositore francese. Anche in Tempus ex machina l’organico è composto da sei percussionisti che, disposti in cerchio intorno al pubblico, iniziano  lentamente con un battito greve e lento scandito dal timpano.

In Le Noir de l’Etoile queste idee vengono riprese e ulteriormente sviluppate, a partire però da un materiale “stellare”. Nel 1967 venne scoperto un segnale radio molto regolare: si trattava di un impulso di radiazione emesso ogni pochi secondi. Per un certo periodo di tempo, si pensò che fosse una qualche civiltà aliena in cerca di un contatto.

Ma verità era molto più semplice e complessa al tempo stesso. I segnali erano stati emessi da una pulsar, una tipologia di stella di cui allora non si conosceva l’esistenza, nella quale la materia ha una densità talmente elevata che su di essa, per fare un paragone “terrestre”, l’equivalente della massa dell’Everest risulterebbe compressa in uno spazio grande quanto una zolletta di zucchero.

Il dato scientifico, fatta eccezione per il suono della stella, è però assente da questo lavoro. Non assistiamo a un “trattato” astronomico tradotto in musica o alla costruzione di un brano basato su complessi rapporti fisici e matematici.

Ciononostante in Le Noir de l’Etoile  si percepisce questa densità, che a tratti risulta quasi fisicamente insostenibili: i suoni si aggregano e si scontrano come neutroni e protoni all’interno del nucleo della stella, generando esplosioni, scoppi e gemiti stridenti. Un microcosmo sonoro che si spande e si agita all’interno della chiesa di Sant’Agostino, riflesso del cosmo che circonda il nostro pianeta, quieto solo in apparenza, e che cresce saturando lo spazio sonoro fino a condensarsi in una singola nota squillante.

Riapriamo gli occhi e il brano è terminato, un suono che ha viaggiato per millenni prima di raggiungerci ora vive solo nella nostra memoria.

Non capita molto spesso di poter ascoltare un’opera del genere dal vivo e, anche per questo, chi c’era non può che ritenersi fortunato. Le Noir de l’Etoile non va ascoltata, va vissuta.

È una storia che racconta di una stella lontana e ormai morta, il cui ricordo sarà preservato e trasformato, come per i miti antichi, dalla musica di Gerard Grisey.

13653370_1118948521484518_339229772461837212_o

[Foto di Roberto Testi]