Le due Americhe di Antonio Meneses

di Francesco Milella

Yesterday night we followed Antonio Meneses at the cello and Monica Cattarossi at the piano in a sound universe from Brazil to Argentina passing trough the USA.


È bastato poco, l’inizio della prima frase del violoncello nella Valsa Seresteira di Guerra Vicente per capire che non eravamo davanti a un concerto qualunque. Non stavamo assistendo alla tradizionale parata di compositori europei tra le armonie e melodie a cui ormai secoli di musica ci avevano abituato. Il contesto era certo rassicurante, tra i dipinti del Rinascimento italiano e le architetture settecentesche del Vanvitelli. Di fronte, disposti in un palcoscenico sapientemente incastrato fra panche e altare, violoncello e pianoforte dominavano la scena da veri protagonisti.  Qualcosa però di totalmente diverso e di nuovo che non aveva nulla a che fare né col nostro presente, né tantomeno col nostro passato, aveva improvvisamente rotto il silenzio nella Chiesa di Sant’Agostino. 

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Fin dalle prime battute del concerto lo stupore è stato totale. Il dialogo sensuale ed intimo che si è subito instaurato tra violoncello e pianoforte ci ha aperto gli occhi su un mondo sonoro mai ascoltato prima. Un mondo in cui ai ritmi delle pampas argentine, alle melodie del Nord America, ampie e vaste e di vago sapore romantico, si sono uniti echi ancestrali delle culture precolombiane, momenti sonori primordiali di cui magari avevamo sentito parlare senza immaginarne però l’aspetto reale.

E così, partendo dal Brasile e passando per gli Stati Uniti per poi scendere giù in Argentina, Antonio Meneses al violoncello e Monica Cattarossi al pianoforte ci ha portato per mano in questo universo sonoro straordinario: “Un universo di colori”, si vociferava in sala con grande entusiasmo, quasi a volersi aggrappare a suggestive sinestesie per decifrare un mondo a suo modo indecifrabile e misterioso.

Il nostro viaggio è però iniziato dal Portogallo, patria natale di José Guerra Vicente nonché grande forza colonizzatrice della storia moderna, come per introdurci gradualmente, nota dopo nota, nell’America più profonda. Se infatti le suite Cenas Cariocas guardano ancora ad un’estetica melodica e armonica tipicamente europea anche se arricchita di sensualità tipicamente tropicali, è solo con Alberto Ginastera, in pieno Novecento argentino, che la musica latinoamericana si emancipa definitivamente.

Anche se, come ci ha spiegato lo stesso Meneses, nessun compositore americano avrebbe potuto fare alcunché senza l’apporto dell’Europa e della sua grande tradizione musicale, è solo liberandosi da essa  che la musica americana raggiunge la sua totale autonomia e libertà espressiva. Lo stesso Ginastera, senza l’esperienza etnomusicologica di Béla Bartók e Leos Janacek nelle terre orientali del vecchio continente, non sarebbe riuscito ad avvicinarsi così profondamente alle memorie sonore della sua Argentina e dare loro voce come ha magistralmente fatto con la rapsodia Pampeana n. 2 op. 21 per violoncello e pianoforte, pagina pregna «impressioni cangianti, ora gioiose, ora malinconiche, ora piene di euforia ora gonfie di una profonda tranquillità». Le stesse impressioni che la pura immagine delle grandi pianure delle
 argentine aveva risvegliato, negli anni cinquanta, in Alberto Ginastera.

Ma l’America non finisce qui. «È il primo concerto in assoluto in cui propongo questo programma in un insolito dialogo tra America del Nord e America del Sud. Avevo già suonato questi brani qui in Italia – ci ha confessato Antonio Meneses – ma questa sera li ho messi in contatto tutti assieme, per la prima volta».

Quasi in una visione panamericana, il grande violoncellista brasiliano ci ha voluto portare nelle terre del Nord America tra le note di Samuel Barber per condividerci, con la sua sonata per violoncello e pianoforte, l’altra faccia di questo straordinario continente musicale. Una faccia più europea ai nostri occhi, più profondamente legata alle avanguardie occidentali, forse priva della primordiale energia latinoamericana, ma ugualmente capace di rivolgere lo sguardo alla propria terra per coglierne le sfumature più autentiche.

Discorso non diverso riguarda José Antonio Almeida Prado di cui abbiamo ascoltato, ritornando verso le terre del sud, la sonata per violoncello e pianoforte composta nel 2003 per lo stesso Meneses. Interiorizzando perfettamente la classica forma della sonata quadripartita corelliana, il compositore brasiliano ha costruito un mosaico di suoni straordinario ed imprevedibile dove l’eredità europea di Messiaen e Kurtág, di cui lo stesso Prado era stato allievo, si unisce con flessibilità alle vivaci e sensuali tradizioni popolari della cultura brasiliana.

L’ultima parola l’ha però pronunciata il genio di Astor Piazzolla che, col suo formidabile Grand Tango del 1982, ha portato ai suoi estremi più audaci ed affascinanti le potenzialità espressive di un universo sonoro sorprendente e imprevedibile che, da Guerra Vicente a Barber, da Ginastera a Prado, non hanno mai cessato di stupire rivolgendosi a noi in una nuova lingua. Una lingua che verrebbe da definire diversa, esotica, lontana da noi. E di certo lo è con i suoi ritmi sensuali e le sue melodie calde e sinuose che la nostra storia musicale non ha mai voluto conoscere.

Eppure non possiamo ignorare, come nel toccante bis con “Triseza” di Ginastera, la sua straordinaria vicinanza, forse ancora più sorprendente del suo essere esotica e lontana. Una vicinanza fatta non più di note e arpeggi, di accordi e intervalli, ma di sensazioni ed emozioni così profonde e umane da divenire universali. 

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[Fotografie di Roberto Testi]