L’infanzia ritrovata tra le note più leggere del #ChigianaFest

di Antonella Varvara

An unusual trio (clarinet, piano and body percussion) brought in Siena the cheerfulness of infancy. Alessandro Carbonare, Monaldo Braconi and Salvo Russo menaged to engage the ChiagianaFest audience in an interactive journey into fantasy and joy. They performed great music written by Poulenc, Gershwin, Sciarrino,Ginastera, Zappa and Sollima and put a hint of youthfulness and comedy into their performance.


Alle porte del nuovo millennio, lo scrittore Italo Calvino invitava a riflettere sull’importanza della leggerezza quale antidoto alla «lenta pietrificazione» che non risparmia nessun aspetto della vita, «alla pesantezza , all’inerzia e all’opacità del mondo». Di questa efficace medicina, che nulla ha a che fare con la superficialità, l’altra sera ha potuto beneficiare anche il pubblico del #ChigianFest in uno spettacolo, appunto, leggero ma al tempo stesso intenso offerto da Alessandro Carbonare, Monaldo Braconi e Salvo Russo.

L’insolito trio, formato da clarinetto, pianoforte e body percussion, ha animato la serata nel cortile del Rettorato dell’Università di Siena regalandoci grande musica, performance eccellenti e divertimento da cabaret.

Sin dal primo brano eseguito, la Sonata per clarinetto e pianoforte di Francis Poulenc, intuiamo quale sarà l’andazzo della serata. L’interpretazione teatrale e giocosa di Carbonare e Braconi legge qualcosa di inedito tra le righe di questa conosciutissima sonata, “cavallo di battaglia” di molti clarinettisti.

19983954_1673635796010983_418915122686730080_oIl clarinetto di Carbonare guadagna il suo spazio sull’accompagnamento pianistico senza alzare la voce, rendendola piuttosto un sussurro flebile e preciso. Virtuosismo discreto, questa silenziosa narrazione trasforma il passaggio più drammatico del primo movimento in un momento di mistero. Una porta che cigola, il rintocco di una campana in lontananza completano fortuitamente l’atmosfera da thriller cinematografico. Ma nulla va preso troppo sul serio, ce lo ricorda il breve inciso, scanzonato e giovanile, che Poulenc inserisce qua e là nella composizione. Carbonare non perde l’occasione per divertirsi con questo motto che sa di filastrocca infantile, rifiuta l’invito alla contegno che Braconi gli rivolge attraverso eleganti lirismi e continua a giocare. La Romanza introduce necessariamente un elemento introspettivo che il suono aperto e deciso del clarinetto ci restituisce carico di speranza e serenità. Si conclude la sonata col ritorno alla spensieratezza dell’Allegro con fuoco.

Ci si prepara a voltare pagina e a passare al secondo brano in programma quando dal retro del palco vediamo sbucare uno strano personaggio: pantaloni larghi, maglia sportiva e il fare di chi passava di lì per caso. È Salvo Russo, body percussionst di professione, “disturbatore” per l’occasione. Sotto lo sguardo perplesso e anche un po’ scocciato di Carbonare e Braconi, interrotti nella loro performance, Russo tenta di abbattere la quarta parete a suon di gesti, mugolii e onomatopee. Invita il pubblico a condividere il suo linguaggio fatto di brevi ma elaborati pattern ritmici ottenendo, per il momento, solamente la collaborazione dei più spavaldi. Per nulla scoraggiato, Russo continua a lanciare segnali alla platea; non è facile stare al gioco ma il musicista sa che è solo questione di tempo. Presenta intanto l’omaggio a Gershwin e lascia la scena all’inconfondibile incipit di Rhapsody in Blue. Clarinetto e pianoforte tornano a giocare e ad incantarci, aiutati dalle sonorità blues e jazz delle opere del compositore americano.

Non sono i soli a saper essere virtuosi: dopo il medley, terminati gli applausi, anche le body percussion reclamano la loro parte. Russo torna in scena e, letteralmente circondato da microfoni, fa risuonare il suo corpo in tutta la corte. L’esibizione, degna dei migliori beatboxer, ci lascia intuire anche il tipo di studio effettuato dal musicista, un lavoro da certosino al pari di quello di ogni altro professionista. Questa pratica non è, infatti, mero sfoggio di coordinazione motoria ma anche attenzione alle caratteristiche acustiche, alle sfumature timbriche e alle capacità di riverbero dei suoni; così il rumore diventa musica e comincia a parlarci.

I modi in cui l’arte trasforma tutto in racconto continuano a stupirci nell’esecuzione di Braconi del primo dei Due Notturni Crudeli di Sciarrino. Viene evitata la soluzione, più semplice e scontata, di rendere statico l’ostinato che scandisce tutto il movimento, formato da due note ribattute nel registro più acuto del pianoforte. Una vasta gamma di dinamiche, dal pianissimo al forte, lo rendono, invece, narratore di una storia appassionata e avvincente in cui le volatine della mano sinistra diventano quasi elementi di contorno. La concentrazione necessaria a intelligere il discorso messo su carta da Sciarrino è evidente sul volto di Braconi, ma lo sforzo viene ricompensato dall’intensità degli applausi che il pubblico dedica sia all’esecutore che all’autore presente in sala.

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Si apre in questo punto una nuova parte del concerto. Salvo Russo ribadisce il suo intento di coinvolgere il pubblico della Chigiana e questa volta ci riesce: insegna una semplice sequenza di movimenti che con soddisfazione e sincero divertimento viene eseguita alla perfezione dalla platea. Riporta poi il Malambo di Alberto Ginastera alle sue origini di danza duettando con il pianoforte di Braconi, vero destinatario del brano. Si instaura una sfida tra i due strumentisti che non smettono di incalzarsi a vicenda in questo ballo tradizionale argentino nato proprio come competizione. La finta rivalità tra musicisti coinvolgerà nel resto della serata anche Carbonare che intanto completa il suo ritorno all’infanzia nella travolgente esecuzione di  Asteroid Zappa Frank 3834. Complice la freschezza dei temi, per nulla banali, composti da Zappa, intraprendiamo un viaggio nella fantasia di un bambino e, grazie alla spinta dell’esposizione energica e leggera, viviamo anche noi l’entusiasmo di infinite avventure immaginarie. Si ride sul serio con Carbonare che improvvisa, canta, suona il kazoo e gioca a stonare con l’amico Braconi.

L’atmosfera è alle stelle quando Salvo Russo fa il suo ingresso e si mette a sedere accanto al pianista per il brano LAM di Giovanni Sollima, presentato in prima assoluta. La complessità di questa composizione ci ricorda che non bisogna sottovalutare chi ci regala una risata. Si va, infatti, da un primo movimento la cui riuscita dipende dalla calibrazione dei silenzi, “suonati” magistralmente dai musicisti, ad una seconda parte in cui le body percussion partecipano ad un fugato che si stempera in un divertimento dal carattere mediorientale. Nella doppia veste di pianista e body percussionist, Russo raddoppia la parte di clarinetto con entrambi i suoi strumenti e trova anche il modo di coinvolgere il pubblico in una speciale jam session con gli altri interpreti.

Terminato il programma l’enfant terrible colpisce ancora e la vittima designata questa volta è l’enfant de bohème di Bizet nell’esilarante bis tratto dalla Carmen.

Una serata unica e squisitamente leggera che regala infine un piccolo “sfizio”: dopo un’ultima sequenza ritmica con Russo, anche il pubblico si guadagna un applauso speciale, quello di ben tre (simpatici) virtuosi.