Mantra: il nucleo cosmico in tredici note

di Valentina Crosetto

Based on a “formula” of 13 notes, Stockhausen’s Mantra (1970) is an avant-garde for two ring-modulated pianos and percussions. Mantra is a simple core able to create a complex reality.


 Una scialuppa di salvataggio in mezzo alle onde. È il mantra, una formula sacra ripetuta in molte tradizioni orientali – indiana e giapponese – come una sorta di preghiera per indirizzare la mente verso un porto sicuro, attraverso le tempeste che la vita ci riserva. Una parola dall’intraducibile ricchezza di significati, soprattutto musicali, frutto di «una segreta conoscenza basata sullo studio dei suoni e delle diverse modalità di vibrazione in rapporto ai piani di coscienza», a detta del compositore tedesco Karlheinz Stockhausen, che tra il 1° maggio e il 18 agosto 1970 concepì con questo titolo la sua opera più rappresentativa.

Scritta dopo oltre un decennio di progetti che lasciavano uno spazio variabile all’indeterminazione e all’astrazione, la partitura di Mantra recupera tecniche compositive tradizionali e forme conosciute di espressione, compresa la melodia, intesa come elemento riconoscibile nella sua linearità.

L’elaborazione elettronica del suono di due pianoforti riverberati elettronicamente, alla quale si aggiungono i rintocchi di alcuni piccoli strumenti a percussione, risponde alla logica rigorosa della costruzione monotematica basata su una “formula” melodica, ritmica e timbrica (un mantra appunto), assunta come segno musicale archetipico, come simbolo galattico, fortemente condizionato dalle implicazioni di conoscenza magico-mistica. «Con la ripetizione di certi suoni ci si può porre in comunicazione con il corrispondente piano di coscienza» (Satprem, Sri Aurobindo or the Adventure of Consciousness, 1964), avrebbe ribadito Stockhausen per definire la valenza psico-percettiva del nuovo sistema di funzioni armoniche in un tempo sospeso nella contemplazione del suono.

Basato su una formula di 13 note (la – si – sol diesis – mi – fa – re – sol – mi bemolle – re bemolle – do – si bemolle – sol bemolle – la, ovvero i dodici suoni della scala cromatica con l’ultima nota uguale alla prima) Mantra è un nucleo semplice in grado di creare una realtà complicata, sottoposta a processi di dilatazione e compressione, in cui si riflette l’intenso rapporto di Stockhausen col pensiero mantrico del filosofo indiano Sri Aurobindo.

Nell’ottica di un’estensione proporzionale agli intervalli della formula originaria, il respiro lungo del pezzo si articola secondo coordinate spazio-temporali sempre più estese sulla base di dodici scale diverse. «Il mantra rimane sempre se stesso e si mostra nella sua natura a 12 facce e nei suoi 13 caratteri», dirà Stockhausen commentando la registrazione della prima eseguita dai pianisti Alfons e Aloys Kontarsky il 18 ottobre 1970 a Donaueschingen. Insomma, non un pezzo in forma di variazione ma una struttura in cui il “mantra” non è in alcun modo accompagnato né abbellito con aggiunta di note.

Oltre ai due pianoforti, l’organico del pezzo comprende cimbali antichi, woodblocks e apparati elettronici – un generatore elettronico di onde sinusoidali, un modulatore ad anello e un microfono – in grado di trasformare i suoni, di “modularli” con quegli effetti più o meno dissonanti, più o meno vibranti, ai quali si deve gran parte della magia sonora del brano.

Il risultato produce così un continuo respiro armonico, uno stato ipnotico della memoria, dalle risonanze vagamente metalliche, che ricorda tanto le orchestre gamelan giavanesi quanto «tutti i diversi aspetti che hanno formato lo “stile” di una persona o di un paese», come in un’eterna rigenerazione di mondi e costellazioni che aspirino a una dimensione unitaria dell’universo.

«Se avessi potuto vivere in un mondo di più alto livello percettivo non mi servirei più del magnetofono né del pentagramma per comporre: mi basterebbe muovere le forze dell’aria». In tempi di live electronics, le parole di Stockhausen potrebbero apparirci desuete. Eppure, nonostante la relativa povertà di mezzi a disposizione per l’epoca, il pionierismo elettronico di opere come Mantra continua ad avere un peso determinante per le suggestioni meditative che genera.

L’esecuzione dell’opera da parte delle pianiste Stefania Redaelli e Maria Grazia Bellocchio, con la regia del suono di Alvise Vidolin (in collaborazione con il Laboratorio SaMPL del Conservatorio “Cesare Pollini” di Padova), alle 21.15 presso il Teatro dei Rozzi, si preannuncia un appuntamento imperdibile per chiunque voglia sperimentare un’insolita esplosione sensoriale, capace di risvegliare «energie psichiche e mentali che incontrano quell’energia cosmica che tutto pervade».

Alle 19, come di consueto, l’appuntamento di Chigiana Lounge “Mantra. Lo spazio in tredici note”, presso il Santa Maria della Scala, con Nicola Sani e Veniero Rizzardi.

L'allestimento di "Mantra" al Teatro dei Rozzi. (Foto di Giuseppe Silvi)

L’allestimento di “Mantra” al Teatro dei Rozzi. (Foto di Giuseppe Silvi)