Dalla discontinuità ad un’unica luce

di Alma Mileto

Non la stessa Gestalt in una luce che cambia,
ma varie Gestalten nella stessa luce, che permea ogni cosa.

(K. Stockhausen)

Un viaggio guidato dall’Orchestra Giovanile Italiana diretta da Acocella con Boris Belkin attraverso le musiche di Stockhausen, Bruch e Mendelssohn.

Venerdì sera nel Teatro dei Rozzi l’Orchestra Giovanile Italiana diretta dal M° Luciano Acocella si è esibita sola e a fianco di uno dei più grandi violinisti dei nostri giorni, Boris Belkin. Le note di Stockhausen, Bruch e Mendelssohn hanno invaso la platea coinvolgendo il pubblico nel fresco entusiasmo dei musicisti sul palcoscenico.

Ascoltare un concerto è sempre un viaggio, e il repertorio scelto per quello di venerdì sera dal direttore artistico dell’Accademia Chigiana Nicola Sani e da artisti ormai veterani del Chigiana International Festival, ne costituisce un’indiscutibile testimonianza.

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Chi legge il programma di sala è portato a chiedersi cosa leghi le tre composizioni portate in scena: il Kontra-Punkte di Stockhausen (1952), la Fantasia Scozzese di Bruch (1880) e la terza Sinfonia di Mendelssohn, la Scozzese (1842). La prima risposta è legata alle radici geografiche che hanno ispirato due dei tre compositori: Bruch era affascinato dalle terre scozzesi di Scott e Johnson e, prima ancora di visitarle di persona, decise di dedicargli una composizione; Mendelssohn si recò ad Edimburgo nel 1829 e il suo spirito fu rapito da una visita alla cappella dove tre secoli prima veniva incoronata l’integerrima Maria Stuarda.

Ma c’è qualcosa di più profondo che lega le tre opere e che ieri sera è emerso in modo vivido nella sala del Teatro dei Rozzi. Mettendo da parte il paesaggio scozzese, che pure appare in Bruch e in Mendelssohn nella veste di variazioni su melodie popolari autoctone ed elementi musicali folkloristici, tutte e tre le composizioni anelano alla continuità narrativa a partire da una forma musicale eterogenea, la cui intrinseca diversificazione va ricondotta pazientemente ad unità.

È proprio il Kontra-punkte di Stockhausen, il pezzo di apertura del concerto, a fornirci la chiave interpretativa con la quale ispezionare le altre due composizioni. In quest’opera il compositore tedesco si propone di combattere lo statico isolamento del “puntinismo” musicale in nome di una dinamica omogeneità dell’atto di scrittura. Contro (‘kontra’) il pointilllisme pittorico ripreso stilisticamente dalla scuola musicale post-weberniana nella ricerca di una fisicità dei singoli suoni (punti) che “smembra” letteralmente il contesto compositivo, Stockhausen rivendica nel suo decimino a sei timbri la forza di un tessuto i cui elementi, da eventi a sé stanti, si fondono progressivamente. I dieci ragazzi dell’OGI (arpa, due archi, sei fiati e pianoforte, diretti magistralmente dal M° Acocella) hanno gradualmente lasciato solo il pianoforte, che nelle ultime battute prende in carico definitivamente, nei suoi dissonanti grappoli di note, la sotterranea unitarietà messa a repentaglio e via via recuperata nelle melodie degli altri nove strumenti – Ausmultiplikation è il termine tecnico per descrivere l’erosione di una tessitura musicale che man mano si ricuce in un “monocromatismo”.

Con l’arrivo sul palco di Boris Belkin – violinista applaudito in tutto il mondo, che da anni tiene per l’Accademia Chigiana preziose Masterclass di violino – e dell’intera orchestra, è cominciato un altro viaggio, quello animato da Bruch. In una dinamica analoga, paradossalmente, a quella del pezzo di Stockhausen, i ‘punti’ vengono combattuti anche dalla Fantasia, che viene così intitolata dal compositore proprio per distinguerla dal genere classico del Concerto, più ‘separatista’ nella sua rigida divisione in quattro movimenti. Dal canto nostalgico del ‘menestrello’ del primo movimento, passando per la danza ternaria del secondo e arrivando all’allegro ‘guerriero’ del quarto, Bruch fa viaggiare il suo immaginario lungo pentagrammi senza soluzione di continuità, incarnanti un sogno ad occhi aperti che non conosce interruzioni. La continuità onirica non può che essere guidata da un violino virtuoso, quasi ‘voce operistica’, di doppie corde, trilli, arpeggi e ritmi incalzanti, che il M° Belkin ha fatto vibrare nelle sue corde sostenuto da un caldo e saltuario ‘distoglimento’ nella pace dell’orchestra.

Terzo viaggio, quello della Sinfonia di Felix Mendelssohn. Se pur impostata sui classici quattro movimenti beethoveniani, sulla ribalta la continuità è stata avvertita, ancora una volta, regina. In un percorso ideale tracciato da una sensibilità paesaggistica e naturalistica, il compositore di Amburgo, nel corso di un “viaggio giovanile” tra Inghilterra, Italia e Germania, assume nella sua partitura le forme del suo cammino concreto, narrando con le note un percorso metamorfico che nella coscienza del viaggiatore si fa pian piano unitario. I temi sbocciano mantenendo sempre, nella loro varietà coloristica, un’idea di base. I quadri che si avvicendano nello svolgimento della “narrazione” custodiscono una loro interna coerenza: dall’andante con moto iniziale, passando per il celebre Scherzo del secondo movimento – il “sogno”, e torniamo non a caso sull’onirico, della notte d’estate shakespeariana –, fino ad arrivare allo scoppio folgorante del Vivacissimo Allegro e poi Maestoso, guidato ieri da un formidabile e sinuoso primo violino di spalla, Michele Pierattelli.

Tra i sorrisi complici, indirizzati al loro attento direttore o scambiati fugacemente tra di loro, dei giovani talenti dell’OGI, venerdì sera dalla discontinuità delle forme è nata un’unica luce, che ha permeato dall’inizio alla fine il consueto incrocio di tempi dell’edizione #SoundingTimes.

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