La bellezza dei gesti nel duo Piccotti-Cattarossi

di Laura Mazzagufo

An evening in elegance and personality: Brahms, Schumann and Stravinskij in the interpretation of Erica Piccotti and Monica Cattarossi. Last night’s concert at Palazzo Chigi Saracini moved the audience and obtained a great outcome.


Incorniciata tra stucchi in stile settecentesco veneziano, la battaglia di Montaperti infuria nell’affresco del soffitto, mentre il salone dei Concerti di Palazzo Chigi Saracini, in una calda atmosfera di attesa, si va riempiendo del pubblico dell’Accademia Chigiana. Il concerto in programma è uno di quelli carichi di aspettative, come spesso accade nel cartellone del #ChigianaFest, perché ormai è ben noto il connubio vincente che segna il successo di questa programmazione: eccellenza degli esecutori, grandi capolavori “di repertorio” e della musica contemporanea. Ieri sera la tradizione è stata perpetuata dalla violoncellista Erica Piccotti, che unisce a un innato talento il valore aggiunto della giovanissima età (classe 1999), e Monica Cattarossi, che l’ha accompagnata al pianoforte.

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Il duo sale sul palco e il momento è incantevole. Concentrazione, attacco, respiro. Il raccoglimento nelle mani e nel volto della violoncellista coinvolge il pubblico prima ancora che inizi la musica e si legge poi negli occhi chiusi – la parte sul leggio appena sbirciata di tanto in tanto – durante l’esecuzione della seconda Sonata di Johannes Brahms. Un’esecuzione che fin dall’attacco si annuncia di carattere e incisiva, secondo una lettura fortemente personale e studiata nei dettagli, senza cedimenti a facili epigonismi nei confronti di maestri e celebrità. Il tema del primo tempo – così noto all’orecchio dell’ascoltatore – appare infatti trasfigurato, fresco, inedito. E ugualmente impressiona il respiro delle due giovani donne: un’ispirazione che si integra naturalmente nella frase musicale e che quasi dà voce ad un’esigenza del violoncello e del pianoforte, in un tutt’uno tra corpo umano e il legno degli strumenti.

Il primo tempo della sonata vede il duo spingere sulla propulsione del tema iniziale, giocando con i pieni e i vuoti della scrittura brahmsiana, calibrando pause e attacchi, piegando il tempo al senso espressivo della musica. Immerso nel suono corposo e penetrante dei due strumenti, lo sviluppo fugge in avanti, con la fluidità tipica della rielaborazione motivica “made” in Brahms che Arnold Schönberg per primo lesse proprio in questo Allegro vivace: la cosiddetta entwickelnde Variation, ovvero la capacità di trasformare l’enunciato in pura energia cinetica, in vivace potenzialità. Sapientemente preparata della Cattarossi, che gestisce i volumi e dà direzionalità nei passaggi di transizione, la ripresa è una vera e propria resurrezione, e la riproposizione del tema d’apertura ha la forza di una nuova rinascita.

Il secondo tempo, l’Adagio affettuoso, è tutto della Piccotti: il tema vive di un’espressività trascinante, che evidenzia la bellezza naturale del suono del violoncello nota per nota, semitono per semitono: è però nel registro grave che la voce del Grancino 1712, concessione della Fondazione Pro Canale di Milano, dà il meglio di sé. La conclusione, tutta in discesa, attraverso gli ultimi due tempi scorre via in un baleno: l’Allegro passionato, preso con un’andatura assai sostenuta eppure perfetto nel sincrono tra le voci dei due strumenti, diluisce la carica di pathos in un Finale tutto leggero e danzante, in cui la sintonia di intenti tra la Piccotti e la Cattarossi è talmente tangibile che l’orecchio non fatica ad intuire un lungo lavoro di studio, protratto nel tempo e curato nei minimi dettagli.

Seconda parte: si cambia registro, via leggio e partitura. Il duo attacca i Phantasiestücke di Robert Schumann come se non avessero fatto altro nella vita: un inizio che è un “non-inizio”, che viene da lontano, una misteriosa prosecuzione di una melodia già in fieri. Ogni quadro è tratteggiato con minuzia, secondo un preciso disegno: l’effetto chiaroscurale di Zart und mit Ausdruck, l’impalpabile leggerezza delle scale ascendenti in Lebhaft, Leicht, l’elettricità del Presto, con fuoco finale. La mano della Cattarossi qui è fondamentale: asseconda la voce di velluto del Grancino, satura i contrasti laddove necessario, e attraverso una magistrale tecnica pianistica, modula il fraseggio e il tocco per creare un effetto timbrico straordinariamente affine a quello della Piccotti.

20023798_10213184221620873_5537454698944229679_o (1)Ed è nella Suite italienne di Stravinskij che la Cattarossi ha probabilmente il suo momento migliore, quando il suo accompagnamento si fa guida discreta ma aderente. Il violoncello, senza cedere minimamente a un puro sfoggio di bravura, è impegnato in passi segnati da vistose difficoltà tecniche: suoni armonici e tecnica d’arco (anche combinati insieme), doppie corde, passaggi d’agilità sempre perfettamente intonati. Eppure questa Serenata, uno degli apici del concerto, colpisce per la qualità del canto, più che per l’impressionante sforzo tecnico. La Tarantella che segue, a dispetto del carattere percussivo e irruente, non è mai pesante né aggressiva: ogni frase ha un colore differente, e ancora una volta la sensazione è di assistere alla declamazione di una poesia in cui il lettore si ferma con cura sulle singole parole. Tutto d’un fiato, invece, il Minuetto e Finale che conduce alla conclusione del concerto, affrontata dalla Piccotti con un piglio agile e divertito, quasi liberatorio.

A interrompere gli applausi di un pubblico che dimostra, ancora una volta, di apprezzare l’impegno dell’Accademia Chigiana nella promozione dei giovani talenti, c’è solo la promessa di un bis: Waldesruhe (La calma del bosco) di Antonín Dvořák. Ora con enfasi, ora con dolcezza, la Piccotti chiude la serata con una immacolata delicatezza; la si vede rispondere all’ultimo scambio con il pianoforte e poi abbandonarsi sulle note conclusive con la fluidità di una sfera su un pendio. Con grazia riduce tutto al minimo, e anche questo va a comporre la bellezza del suo gesto felpato e rotondo.