Ritmi senza tempo

Le percussioni di Antonio Caggiano e del suo Chigiana Percussion Ensemble.

di Silvia D’Anzelmo

Last night the percussion of Antonio Caggiano and Chigiana Percussion Ensemble filled the vast church of Saint’Agoustine leaving the listener entranced; while the violinist Ferdinando Trematore and the Orchestra of Tuscan Conservatories conducted by Tonino Battista talked about love.


Maestosa la Chiesa di Sant’Agostino accoglie e generosamente amplifica i suoni del concerto di ieri sera. Marimbe, campane, xilofoni si affiancano agli altari dai marmi policromi; una perfetta sintesi temporale che sembra riprendere le parole di Salvatore Sciarrino sulla necessità di “legare gli opposti, vedere trasparire l’antico nel moderno. Così ci sorprende il germoglio in un tronco ritenuto secco”.

In effetti, le percussioni sembrano il fulcro di un ritorno alla semplicità, all’immediatezza: la possibilità di godere la musica dei nostri giorni; il ritmo, le vibrazioni  – come spiega il  Antonio Caggiano prima del concerto – arrivano dritte all’ascoltatore, colpiscono “la pancia” coinvolgendo la parte emotiva e non cerebrale; e se rimanevano dubbi a riguardo, la performance del Maestro e del suo Chigiana Percussion Ensemble per il #ChigianaFest li ha eliminati completamente, lasciando estasiati gli ascoltatori.

In un’atmosfera quasi sacrale, Caggiano si accosta al marimbone, nel centro di un’orchestra fatta di sole percussioni; il Maestro porta con sé quattro bacchette appositamente costruite dalla Mg Mallets per eseguire il brano di apertura della serata: Il legno e la parola di Salvatore Sciarrino. I battenti cadono sulla tastiera e un suono isterico, nervoso si propaga nella navata della chiesa; Caggiano si immerge completamente in questa musica, fa sua la sofferenza del marimbone che cerca inutilmente di comunicare. Il maestro sbalza con furia dal forte al piano, dall’acuto al grave con una precisione che rende il suono quasi materico: ogni colpo di bacchetta è un’esperienza dolorosa, il rullare rapido e leggero è totalmente bloccato, incapace di evolversi. Il marimbone continua la sua lallazione disperata, il suo balbettio privo di senso di cui l’eccezionale performance  fa avvertire la frustrazione; in questa atmosfera, il suono metallico della campana arriva come uno schiaffo sul viso dell’ascoltatore, lo indispettisce e lo irrita volontariamente. Rapide scale ascendenti e discendenti, siglano la chiusura di questo brano: quasi un paradigma della comunicazione odierna, anzi della mancanza di comunicazione.

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Raccolti gli applausi del pubblico, Caggiano lascia spazio ai suoi giovani e talentuosi allievi del corso di percussioni riuniti nella Chigiana percussion ensemble; a guidare il quintetto è la mano esperta di Tonino Battista direttore specializzato nel repertorio contemporaneo. Il brano One last bar then Joe can sing di Gavin Bryars è un’esplorazione delle capacità espressive degli strumenti percussivi spinta fin al limite più estremo. Anche in questo caso,  il tempo arresta la sua corsa, passato e presente finiscono per coincidere: le percussioni di Bryars assumono l’espressività melodica degli archi quasi a voler evocare i preziosi salotti dell’aristocrazia galante. Il Chigiana percussion ensemble stempera il ritmo in vibrazioni talmente rapide e leggere da creare un flusso in cui anche il silenzio diviene comunicazione espressiva. Nel rullio delicato di xilofoni e marimbe si immette il suono filato dei crotali ottenuto tramite l’uso dell’archetto; l’acustica della Chiesa di Sant’Agostino si rivela perfetta, diviene naturale cassa armonica per la propagazione del suono che arriva quasi a saturare l’intero spazio.

La costruzione del tessuto sonoro viene eseguita con grande attenzione: i giovani performer guidano l’ascoltatore con fluttuazioni di suono che si concretizzano in stralci melodici; ognuno di loro è un tassello in questo immenso mosaico, il minimo errore sarebbe fatale, la trama si scioglierebbe. Equilibrio, tecnica, bravura: il Chigiana Percussion ensemble cura con scrupolo il crescendo emotivo dato dalla tensione dei ritmi senza nessun calo, nessuna paura. Gli esecutori procedono spediti sotto la direzione di Tonino Battista che domina con calma l’intera orchestra e la guida con serenità e compostezza; nessun gesto è di troppo, tutto è calibrato attentamente. La sua sicurezza si trasmette dall’esecutore e all’ascoltatore.

Una breve pausa distende la mente e predispone alla seconda parte della serata dedicata alla Serenata sul “Simposio” di Platone di Leonard Bernstein. Al quintetto di percussioni si aggiunge l’Orchestra dei conservatori di Toscana guidate sempre da Tonino Battista. Protagonista di questo concerto in cinque parti è il violino del giovane e promettente Ferdinando Trematore.

Un suono malinconico si dipana dal violino solista e si espande nello spazio immenso della chiesa. Ora conosciamo il tema da cui tutto parte, l’amore trasposto in musica, fatto suono: a questa tesi si aggiunge il resto dell’orchestra d’archi che sostiene e amplifica l’inquieta nostalgia del violino.

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Fraseggi delicati, suono piangente e virtuosismo caldo ma mai fine a se stesso caratterizzano il suono di Trematore che dialoga con il resto dell’orchestra ora accompagnato ora osteggiato dagli altri strumenti; il dibattito sulle diverse visioni dell’amore sembra trasposto nella schermaglia tra solo e tutti: le percussioni diventano contraltare costante, quasi a minacciare il suono del violino. La direzione di Battista riesce a guidare perfettamente tutti i musicisti con una gestualità concisa e attenta a cui l’intera orchestra risponde come fosse un unico strumento. Davvero raro ascoltare un’esecuzione curata come quella di ieri sera.

La serata si conclude con l’esecuzione di musiche originali di Ferdinando Trematore che riprende il tema amoroso. In Lei l’andatura mossa e i passaggi veloci esprimono l’intensa passione che arriva fin al volto del musicista. Il coinvolgimento del violinista è tale che, prima dell’applauso, il pubblico si concede una pausa, una sospensione dalla carica emotiva accumulata.