Il Palazzo

Intorno alla metà del XIII secolo, alcuni personaggi appartenenti alla famiglia senese dei Marescotti edificarono una torre sull’antica via Francigena, arteria strategica per la viabilità e il commercio europeo.  Secondo cronache storiche sulla famosa battaglia di Montaperti , avvenuta il 4 settembre 1260, il sito era adibito a torre di controllo e avvistamento. Testimonianze degli antichi proprietari sono tutt’ora visibili sulla facciata del palazzo e negli stipiti dei camini e delle porte, dove è riportato lo stemma con un’ aquila ad ali spiegate.

Ai primi del Cinquecento il palazzo fu acquistato dai Piccolomini del Mandolo, ai quali si deve la committenza delle decorazioni pittoriche in stile raffaellesco presenti nel loggiato esterno attribuite a Giorgio di Giovanni, il fregio istoriato con le storie di Pio II e gli affreschi con le eroine antiche e le scene bibliche presenti in alcune stanze.

Nel 1770 la dimora fu acquistata da Bernardino Saracini che la passò al fratello Marcantonio, eredi di alcune tra le famiglie più in vista della città che, assieme al figlio Galgano, la ampliò dotandola di una collezione di capolavori e rarità. L’antico nucleo medievale si espanse con l’acquisizione di tre palazzi adiacenti e la sopraelevazione di una fila di trifore e dal 1791 assunse pressappoco l’aspetto imponente di gotico ante-litteram  che possiamo ammirare ancora oggi.

Il palazzo fu per la prima volta aperto al pubblico nel 1806 ed il fatto fu commentato anche dalla “Gazzetta Toscana”: Si apre al pubblico la Galleria di Galgano Saracini composta di 14 stanze e ricca di opere sempre incrementate dai proprietari senza risparmio di denari. Resta aperta tutti i giorni dalle ore 10 all’una pomeridiana. Visto il grande successo che ebbe l’iniziativa, nel  1819 Galgano Saracini diede alle stampe la guida-inventario della sua galleria sancendo ufficialmente nel suo palazzo di famiglia l’esistenza di un Museo Privato. L’ambiente era formato da venti sale  che raccoglievano le preziose raccolte di antiquaria, dipinti, sculture e arti minori e si ponevano, in rispetto alla Galleria dell’Istituto di belle Arti, in un ambito assai più vasto di artisti e di tecniche. Il Conte, che fin da giovane si era curato del riordino artistico del Palazzo, ebbe diverse mansioni pubbliche nell’ambito culturale cittadino fino a ricoprire la carica che oggi chiameremo di Soprintendente alle belle arti; questo giustifica la sua familiarità con le manifatture artigiani locali di cui si serviva per la manutenzione dei quadri, per la realizzazione e accomodatura delle cornici, per le vetrine e le mensole.

Alcuni documenti testimoniano inoltre che fu egli stesso esperto di tecniche artistiche ed in particolare della “segatura” degli affreschi molto in voga in quegli anni.  Le decorazioni dei soffitti furono affidate a due pittori locali Antonio Castelletti e Tommaso Paccagnini che esaltarono le imprese della famiglia Saracini in un clima allegorico-anticheggiante. La collezione fu subito molto eterogenea  e appare chiaro che il Conte si servisse di una vasta rete di piccoli antiquari, mercanti nonché eruditi e collezionisti, per ampliare i suoi orizzonti culturali e avere una costante idea delle stime e prezzi per un migliore accesso al mercato.

Nel cortile interno dove fu collocato un antico pozzo proveniente da un antico Monastero di Via delle Sperandie, il Conte fece costruire una Cappella dedicata a San Galgano dove furono collocate importanti opere acquistate durante la soppressione dei Conventi: la Crocefissione  sull’altare dall’Oratorio di Santa Caterina al Paradiso, gli affreschi e stucchi e  le statue lignee dorate dall’Oratorio di San Giovanni Battista della morte, mentre all’ingresso fu collocata la colossale statua di Papa Paolo V di Fulvio Signorini dal Duomo. Sotto il loggiato e nell’anticappella furono disposti numerosi busti rappresentanti gli antenati illustri di provenienza eterogenea, fra i quali godeva di particolare fama l’effige creduta dell’Abate Feo Saracini incisa su una lastra sepolcrale di fine Quattrocento che Galgano aveva recuperato, dopo numerose trattative con l’Amministrazione pubblica, da Abbadia Isola.

Alla morte di Galgano, nel 1824, il palazzo passò ai due figli  Marco (1805-1848) e Alessandro (1807-1877) . Il primogenito fu un abile disegnatore e amò viaggiare e scrivere brani di teatro e letteratura. Dal 1826 al 1829 nel clima del Grand Tour viaggiò l’Europa e annotò in un Diario tutto quello che aveva colpito le sue curiosità. Di lui sono rimaste abili prove di disegno e pittura. Di Alessandro, Mecenas alter, e anche egli Soprintendente, si ricorda il valore militare e le notevoli conoscenze artistiche, due aspetti che lo resero un personaggio pubblico molto ammirato come si ricorda nella lapide apposta sulla facciata del Palazzo. Le competenze in diversi campi culturali si concretizzarono nell’intensa attività con l’Istituto d’arte e la collaborazione con  alcuni artisti locali, come Agostino Fantastici che ristrutturò in chiave romantica i salotti del Palazzo  oltre a  Giovanni Duprè, Cesare Maccari, Luigi Mussini, Tito Sarrocchi e numerosi artigiani senesi di cui è forte la presenza all’interno del Palazzo.

Alla sua morte nel 1877 per volontà testamentaria diventava erede il nipote Fabio Chigi, figlio di Carlo Corradino, con l’obbligo di aggiungere il nome dei Saracini a quello della famiglia Chigi.

Nel 1906 il palazzo e tutti i suoi averi passarono nelle mani di Guido Chigi Saracini, uomo dotato di vasta cultura e di molteplici interessi fra i quali predominava su tutti quello per la musica. Dopo aver frequentato il Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze, dove acquisì anche una notevole formazione di compositore, nel 1932 fondò l’Accademia Musicale Chigiana con sede nel Palazzo di via di Città che per l’occasione fu ristrutturato da un giovane artista emergente a Siena agli inizi del Novecento: Arturo Viligiardi. La lunga e proficua collaborazione con il maestro che fu architetto, scultore, pittore e design raggiunse il suo apice nel momento della creazione del salone dei Concerti il cui progetto decorativo fu presentato nel 1914 e portato a termine nel 1923  in stile settecentesco veneziano. Sul soffitto fu dipinta la celebrazione della Battaglia di Montaperti epico combattimento  da sempre simbolo dell’ orgoglio civico cittadino mentre Fulvio Corsini eseguì le due statue bronzee raffiguranti l’ Armonia e La Melodia. Anche il resto del Palazzo subì interessanti variazioni per adeguarsi alla sua nuova funzione di tempio della musica e in luogo delle antiche strutture murarie fu costruito un piccolo Teatro per le rappresentazioni di opere letterarie ancora oggi in funzione per le attività didattiche.