Abbandonare il corpo in un “Sommet du feu”

Lo Scelsi multisensoriale di De Angelis e Policicchio.

di Antonella Varvara

Sommet du feu, a great journey made of lights and sound designed by the artists Luigi De Angelis and Sergio Policicchio, leaves us speachless. The arrangement of the stalls, with its 75 deckchairs turning away from the stage, deprives our visual possibilities in order to make us forget our bodies and relax. We get thus in contact with one of the most known XX century’s italian composers, Giacinto Scelsi, and his creative process.


Siena, Teatro dei Rozzi, ore 21.15. Interno notte. Pubblico in posizione, sedie a sdraio schierate, occhiali da sole a portata di mano. Sommet du feu, viaggio di luci e suoni ideato dal regista Luigi De Angelis e dall’artista Sergio Policicchio, deve ancora cominciare ma siamo già a bocca aperta.

Innanzitutto per l’allestimento della sala: le settantacinque sdraio che riempiono la platea sembrano volerci privare, dando le spalle al palcoscenico, di una facoltà che in teatro ci è solitamente essenziale, quella di poter essere spettatori ovvero di guardare ciò che avviene. «L’idea è quella di sprofondare in qualcosa che fa a meno dell’aspetto visivo» spiega Policicchio nel Chigiana Lounge che ha introdotto il concerto.

Questo “qualcosa” si avvicina alla situazione vissuta  assieme all’amico De Angelis all’interno della Fondazione Isabella Scelsi di Roma: i due creatori di questa esperienza artistica, infatti, sono reduci da assidue visite all’archivio della Fondazione e attraverso l’ascolto delle registrazioni lì custodite sono potuti entrare in contatto con la musica di Giacinto Scelsi, compositore tra i più interessanti del Novecento italiano. Invitati, alcuni anni fa, a scoprire questa figura unica ed eclettica da Nicola Sani, allora presidente della Fondazione, hanno rivolto la loro attenzione non tanto all’aspetto biografico del musicista quanto a quello legato al suo processo creativo. Pianista virtuoso ma «spontaneo», come lo definisce Sani, componeva improvvisando e affidava a collaboratori fidati il compito di fissare su carta la sua musica. Ascoltando la registrazione delle sue improvvisazioni «si vede l’istante delle sue intuizioni sonore» afferma De Angelis durante la conferenza, ma non solo questo: «i nastri mettono in contatto con la dimensione quotidiana del compositore», si sentono suoni e rumori del suo presente ed è come toccare  «il suo corpo sonoro» o meglio, suggerisce Policicchio «come entrare nella testa di Scelsi».

In questo processo di compenetrazione la collocazione corporale non è importante, la materia è quasi un peso. Ecco quindi spiegata la scelta di eliminare, o quantomeno rendere poco agevole, la visibilità dell’orchestra che «percepiamo come viva ma è altrove» (Sani). Passo ulteriore in questo processo di “sottrazione sensoriale” è l’abbandono del nostro stesso corpo attraverso un rilassamento totale, uno stato che oscilla tra il sonno e la veglia reso possibile dal comodo abbraccio dalle sdraio.

La musica di Sauh I, primo brano di Scelsi in programma, riecheggia dal fondo  del teatro. È un duetto cantato da un’unica voce, quella del mezzosoprano Els Mondelaers, che dialoga col suo “doppio” elettronico, una voce registrata e riprodotta da qualche parte in mezzo ai palchi. La cantante procede lentamente verso il proscenio mentre la sua voce circonda il pubblico immobile in platea. Nel buio della sala, invaso da una foschia sintetica e interrotto da pochi sprazzi di luce, affidiamo all’orecchio la ricostruzione dello spazio e delle profondità attorno a noi.

Anche nell’esecuzione di Khoom, intervallata da otto momenti musicali curati dagli stessi De Angelis e Policicchio con il contributo del sound design Damiano Meacci, la sorgente sonora è in movimento: ora corrisponde alle musiche di Scelsi suonate sul palcoscenico dal Contempoartensamble del Maestro Mauro Ceccanti, ora sembra provenire dal raggio di luce squadrato che illumina il volto della Mondelaers all’ingresso del teatro, ora coincide col corno che il musicista Gianfranco Dini fa “parlare” mentre cammina nella sala. Oltre allo spazio nel suono, qualità intrinseca del fenomeno sonoro ampiamente esplorata da Scelsi nella sua produzione del dopoguerra, Sommet du feu esplora, dunque, anche lo spazio del suono, la capacità dell’udito di disegnare paesaggi e ambienti reali o immaginari.

Molti eventi accadono nel corso della performance. A volte vigili a volte quasi assopiti, gli anomali spettatori di questo anomalo concerto restano comunque inermi davanti a ciò che li circonda. Accolgono apparentemente impassibili non solo le melodie interrotte e dal retrogusto arcaico del canto, i ritmi esotici delle percussioni e i sospiri degli archi ma anche i bassi assordanti e i suoni distorti delle composizioni elettroacustiche firmate De Angelis/Policicchio/Meacci.

Sdraiati sotto un cielo d’intonaco, subiscono anche i cambiamenti di luminosità voluti dal regista De Angelis. Suggestive e di un’inesauribile varietà, queste sfumature luminose, i «quattro gradienti e quattro qualità del fuoco» citati nelle note di sala, sembrano accelerare il tempo in continue albe e tramonti.

Veniamo letteralmente “frustati dai bagliori” (fouetté par les lueurs) di questo Sommet du feu, come recita l’omonima poesia scritta da Scelsi nel 1947, mentre recepiamo il messaggio codificato dalla creatività dei tanti artisti coinvolti in questa messinscena. Un effetto che lascia senza parole, da sentire con tutti i sensi.
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[Fotografie di Roberto Testi]